Trieste e la Sublime Porta
da Pio II all’arciduca Massimiliano d’Asburgo


Evocare l’Oriente a Trieste

A Trieste gli scambi commerciali con l’Impero Ottomano e i viaggi delle navi che univano la città a Smirne e a Costantinopoli contribuirono a diffondere gli oggetti, gli arredi, le consuetudini dell’Oriente. Era un fenomeno del gusto che riguardava anche la capitale dell’Impero e interessava le arti applicate, l’architettura, l’arredamento delle abitazioni dei cittadini facoltosi. Scriveva con felice sintesi Luisa Crusvar:«A Vienna la Turchia è di moda da quando non costituisce una minaccia». Il diffondersi del gusto dell’esotico si manifestò soprattutto tra il 1840 e il 1860, sulla scia dell’orientalismo, una tipologia stilistica che incontrò il favore dei ceti dominanti in Europa. I proprietari di palazzi e ville prestigiose, come l’imprenditore veneziano Pasquale Revoltella, il finanziere milanese Giuseppe Brambilla, il banchiere Elio Morpurgo, uno dei fondatori del Lloyd austriaco, il finanziere Filippo Artelli e l’arciduca Massimiliano d’Austria arredavano e decoravano in stile orientale una o più stanze della propria residenza. In Massimiliano d’Austria (Vienna 1832 – Querétaro 1867) la fascinazione per l’Oriente turco nacque quando nel 1850 iniziò col fratello Carlo Lodovico un viaggio in Grecia e sulla costa turca, di cui lasciò un diario puntuale e appassionato, pubblicato dopo la sua morte (46).
Il pittore Peter Johann Nepomuk Geiger (Vienna 1805-1880), anch’egli al seguito degli Asburgo, al ritorno dalla Grecia e dalla Turchia ritrasse Massimiliano e il fratello minore durante l’escursione a Smirne in tre dipinti ad olio, attualmente esposti nella „Sala dei Gabbiani“ del Castello di Miramare. A Villa Lazarovich, la prima dimora triestina dell’Arciduca sul colle di San Vito, una sala della residenza fu arredata in stile “moresco” e fu poi trasferita nella Gartenhaus, edificata nel Parco di Miramare. La camera turca fu rappresentata in due acquerelli da Germano Prosdocimi, pittore e miniaturista. La stanza di Villa Lazarovich era vissuta da Massimiliano come il luogo più intimo e raccolto della casa: vi dominava il colore rosso ed era arredata come una sala maschile islamica. Nel primo acquerello a destra il giovane arciduca è ritratto in abiti turchi, mentre fuma il narghilè . Alle pareti sono appesi due quadri con la trascrizione in oro di versi arabi (44). Il secondo acquerello introduce nella parte a destra della sala, che presenta una volta e un lucernario fittamente decorati. A sinistra si nota il caminetto alla francese e le controporte in legno dolce disegnate a forma di toppa, mentre al centro vi è una fontana zampillante. Nella parte sinistra della sala si aprono finestre rivolte al mare. Anche qui mancano ritratti alle pareti, in conformità ai precetti islamici di evitare la rappresentazione di figure animali ed umane che potrebbero diventare fonte d’idolatria; vi è però un quadro con i versetti coranici dipinti in oro su sfondo scuro. Sono ritratti i due servitori Alì e Said, due schiavi di origine africana che Massimiliano riscattò da un’esistenza umiliante e portò con sé (45).
Nella seconda metà del XIX secolo le imprese adottarono la consuetudine di esporre nelle principali città d’Europa i prodotti che ciascun paese voleva destinare ai mercati esteri. Il fenomeno si avvertì anche a Trieste, porto dell’Impero, dove nel 1882 tutti i popoli sottoposti alla corona asburgica furono chiamati a esibire i loro prodotti agricoli e industriali con l’intento di creare una vetrina che ampliasse i mercati e stimolasse i consumi. Vennero allestiti numerosi padiglioni nell’area compresa tra Campo Marzio e il Passeggio Sant’Andrea. Vi vennero esposte le più disparate categorie di prodotti e un intero padiglione fu arredato all’Orientale, per presentare i prodotti agricoli e le materie prime provenienti da Persia, India, Cina e Giappone (48). Una stanza turca fu arredata dal pittore Ugo Charlemont con morbidi tappeti, soffici divani, trofei d’armi, abiti, profumi (47). Se l’orientalismo ad inizio secolo era disponibile ai ceti nobiliari e alto borghesi, che potevano avere un’esperienza personale di quei luoghi, l’esposizione offriva un Oriente accessibile a tutti i visitatori (49).

[Domenico Morelli, La preghiera di Maometto, Trieste, 1856; Olio su tela; mm. 540X1210 / Mohammed’s prayer, Oil on canvas; Reproduction - Museo Revoltella di Trieste inv.100. Riproduzione]

[60. Natale Schiavoni - Odalisca - Trieste, 1840; Olio su tela; mm 815X660
Odalisque - Oil on canvas; Reproduction - Museo Revoltella di Trieste inv.13 - Riproduzione]

L’orientalismo si espresse anche nei quadri di artisti appartenenti alla corrente del realismo. L’odalisca fu uno dei soggetti prediletti dalla committenza e ad essa si dedicò anche il veneto Natale Schiavoni (1777-1858). L’Odalisca (1840), esposto nel Museo Revoltella, è il ritratto idealizzato di una bellezza femminile esotica fuori da qualunque contesto reale (60). Nell’ultimo quarto del secolo XIX il napoletano Domenico Morelli (1826 –1901), su commissione del Museo Revoltella, dipinse secondo lo stile del verismo simbolico La preghiera di Maometto (1887). Il dipinto di soggetto religioso riporta dalla storia musulmana all’Occidente l’eco di una spiritualità nel contempo sconosciuta ed affascinante (61).