Trieste e la Sublime Porta
da Pio II all’arciduca Massimiliano d’Asburgo


Trieste e la Sublime Porta, l'accesso al palazzo del Gran Visir a Istanbul che indicava per estensione tutto l'Impero Ottomano: un accostamento inconsueto per riflettere sulla storia della città, che ha avuto per Vescovo l’umanista Enea Silvio Piccolomini, l’unico Pastore della Diocesi a diventare Papa. Egli dal giorno della conquista turca di Costantinopoli non smise di confrontarsi con la civiltà turca, impegnando tutte le sue energie nel progetto di far rinascere un Impero Cristiano d’Oriente e d’Occidente riunificato.
Domenico Rossetti de Scander esercitò la sua acribìa di appassionato collezionista per acquistare alcuni “brevi” pergamenacei di Pio II, una cinquantina di incunaboli, i primi libri a stampa, e due codici manoscritti della Lettera a Maometto II che costituiscono un anello fondamentale dello stemma codicum del testo. Il lascito della biblioteca privata del nobiluomo alla Biblioteca Civica nel 1842 e l’apertura di un Museo dedicato alle collezioni petrarchesca e piccolominea, mette a disposizione del pubblico degli studiosi beni bibliografici fondamentali per capire anche da Trieste l’orientamento di Pio II riguardo all’Islam, una posizione che fu nel contempo confronto sulla base delle teorie controversistiche cristiane.
La storia di Trieste coincide con le vicende dell’unico Porto del Litorale austriaco, l’avamposto del commercio imperiale con il Levante. Ed è proprio dalla città adriatica che , dopo la conclusione dei conflitti più aspri con la Sublime porta, nel 1718 si aprì la stagione dei commerci e della reciproca conoscenza. Un confronto che portò Ebrei e Greci ottomani, a seconda dei ruoli sociali, a contrattare, mediare, scaricare merci sulle banchine del porto, a ideare marchi da riversare sui mercati levantini, come avvenne alla ditta Modiano (26). Una piccola parte di questa popolazione adottò Trieste come seconda patria: è il caso della famiglia d’origine di Elody Oblath, moglie dello scrittore Giani Stuparich (27, 28, 29, 30, 31, 32).
Il confronto non rimase solo sul piano economico e assunse le tinte dell’attrazione per un modo di vivere più intimo e raccolto, che l’arciduca Massimiliano d’Austria evocò nelle dimore triestine e nel Castello di Miramare, dopo il primo contatto con la civiltà levantina conosciuta durante un viaggio in Grecia e lungo la costa turca (44, 45, 46). Le dimore borghesi testimoniano l’adesione allo stile orientalista che si osserva, fra l’altro, nell’affresco raffigurante l’Asia (1830 ca.) sul soffitto dell’abitazione di Giovanni Scaramangà di Altomonte, in via Filzi 1, oggi sede della Fondazione che porta il nome dell’imprenditore (cfr. riproduzione sopra).
La comunità turca, composta da Bosniaci, Albanesi, Macedoni, Greci del continente, Serbi, Turchi Ungheresi, trovò a Trieste un luogo in grado di accoglierla nel rispetto della fede religiosa e delle rispettive consuetudini di vita. La mostra reca a testimonianza l’Almanacco o Guida schematica della città, nel quale l’anno 1872 presenta il calendario turco-arabo, oltre al calendario cattolico, protestante ed israelitico (35). Il rispetto per la diversità religiosa si riconosce anche nei luoghi della pietas umana. Dal 1848 Trieste ebbe un piccolo cimitero mussulmano accanto a quello cattolico di Sant’Anna e forse già prima una sepoltura in armonia con la fede islamica accolse i defunti ottomani sul Colle di San Giusto (36).