Due fiorini soltanto - Sebastianutti e Benque fotografi a Trieste


Il Ritratto
 

A Trieste dopo il 1850, come in altre città d’Europa, si nota una febbrile proliferazione di studi. L’artista si forma a bottega, impara guardando l’opera di un maestro che, una volta dimostrata la propria capacità, può stabilirsi nella zona più frequentata del centro urbano o trasferirsi in cerca di fortuna altrove.

La nuova ditta sottrae la clientela agli altri atelier grazie anche ad una massiccia ed abile pubblicità. Articoli richiesti o suggeriti ai fogli dei quotidiani che diffusissimi circolano in città è la strategia che Guglielmo Sebastianutti, da abile imprenditore, mette in atto per favorire la sua nuova impresa. Trascorsi pochi giorni dall’apertura del nuovo studio fotografico avvenuta il 24 maggio 1864, sul quotidiano satirico Il Diavoletto un anonimo giornalista dichiara “chi tratta la fotografia deve essere fornito di tutte le necessarie cognizioni fisiche e chimiche” ma deve fare un notevole passo avanti, elevarsi per trasformarsi da puro tecnico in artista. I risultati di una “fondata teoria accoppiata a perspicacia e solerzia” si possono ammirare esposti in Corso nelle vetrine del negozio Nigris, sono ritratti “tutti di persone qui conosciutissime, per cui ognuno è in grado di apprezzare la perfezione delle copie confrontandole cogli originali”. L’anonimo cronista continua “giustezza d’intonazione, nitidezza e gradazione di tinte, spontaneità di pose, buon gusto negli accessori, nulla v’è trascurato … alle estese cognizioni tecniche, il signor Benque accoppia il delicato sentire dell’artista” e non trascura altri aspetti che dovrebbero attirare i clienti indecisi “il facile accesso allo stabilimento, la proprietà del medesimo, la eleganza, anzi il lusso dei locali, sia di aspetto che per toilette adiacenti al gran salone di studio, e più di tutto alla squisita compitezza di chi lo dirige ed alla sollecitudine nell’eseguire le commissioni per la copia del personale addettovi”. Tutte queste prerogative lo qualificano come il migliore senza confronti. La descrizione dei locali, il bon ton, la disponibilità verso il pubblico soprattutto delle classi elitarie sono suggerite – ci sembra di capire – da Guglielmo Sebastianutti totalmente coinvolto con il consueto entusiasmo nel suo ruolo di organizzatore. La stessa terminologia usata – “nitidezza, gradazione, spontaneità” – inducono ad un’analisi che va suggerita ai profani affinché possano percepire la sostanziale differenza delle esecuzioni di questo laboratorio rispetto ad altri.

Nel periodo 1864-1867 Francesco Benque produce 14.747 carte de visite. Una produzione consistente possiamo ipotizzare, se teniamo conto di chi in quegli anni si avvicina alla fotografia e con quali scopi, se individuiamo quindi la classe sociale d’appartenenza degli effigiati.

Le tariffe dello studio fotografico del 1865 evidenziano i costi dei singoli formati (gabinetto e ingrandimenti) e tutte le possibili varianti (ritratti singoli, a coppie, gruppi e a mezzo busto a fondo perduto o tutta la persona): il prezzo minimo fiorini due per due copie o una seduta.  Secondo Elvio Guagnini, che assieme ad Italo Zannier analizza la fase iniziale dei Wulz comparandola ad altri atelier, lo studio Benque si rivolge alla società “bene” della città: nobili, borghesi nobilitati da una recente investitura, autorità, alti funzionari, militari, studiosi, ma anche artisti introdotti nelle case che contano in virtù dell’arte. Bastino i nomi: Sartorio, Morpurgo, Hortis, Popovich, Gazzoletti, Sinico, Pitteri, …