Due fiorini soltanto - Sebastianutti e Benque fotografi a Trieste


Tra pittura e fotografia

Artisti che si interessarono di fotografia e la utilizzarono per documentare il loro lavoro
Nell’Ottocento non tutti gli artisti si fecero ammaliare dalla nuova “tecnologia” ovvero dalla fotografia per realizzare le loro opere. Alcuni di loro però non seppero resistere al fascino di questo nuovo mezzo e si fecero cogliere da alcuni loro colleghi “al lavoro”.

Il pittore Max LiebermannÈ il caso di Max Liebermann colto dall’obiettivo mentre sta realizzando il ritratto di un Contadino di frontiera ritraendo il modello dal vero. Sullo sfondo a destra, si vede un uomo in posa, in primo piano invece il pittore intento a proiettare sulla tela ciò che sta osservando. Di quest’opera di Liebermann esiste anche un bozzetto preparatorio (306x230 mm). La foto, scattata nel 1894 a Katwijk una città dei Paesi Bassi, è interessante perché ci dà testimonianza di un dipinto conservato attualmente in collezione privata. A rendere ancor più suggestiva e carica d’importanza l’immagine è la presenza di una dedica: “Al signor Veruda M. Liebermann” prova dei rapporti esistiti tra i due pittori.

Nella fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste altre immagini possono offrire uno spunto di riflessione sui legami tra arte e fotografia. Come quella che ritrae Giovanni Marin nel suo studio, dove lo scultore (Trieste 1875-in viaggio 1926) è ripreso verosimilmente intorno al 1904, all’interno del suo studio di via Galileo Galilei 113 che lo zio scultore gli aveva messo a disposizione. Un altro artista che non rimase indifferente all’uso della fotografia intesa quale strumento di documentazione fu Antonio Lonza (1846-1918), membro del Circolo Artistico di Trieste e fraterno amico del maestro della pittura triestina ottocentesca: Eugenio Scomparini, del quale realizzò due ritratti.  Un altro scultore che amò farsi fotografare mentre lavorava fu Giovanni Mayer (1863-1943). Nella mostra infatti, lo vediamo raffigurato mentre sta lavorando ad una statuetta di una delicatezza infinita: Gli ultimi tocchi o La ballerina. Sapere che l’opera venne esposta a Trieste nel giugno 1920 presso la galleria Michelazzi ci permette di ipotizzare una datazione della fotografia in quanto all’epoca l’opera doveva esser già stata ultimata. Nonostante l’immagine sembri naturale e colta casualmente si tratta in realtà di una foto di posa, abitudine che ritornerà a distanza di qualche decennio ad accompagnare l’opera di altri scultori tra cui Nino Spagnoli.

La fotografia come fonte d’ispirazione per i dipinti
Nell’archivio Morpurgo, presso il quale sono conservati documenti, carte, album ecc., sono stati rinvenuti vari ritratti dei componenti della famiglia sia in formato carte de visite che cabinet. Tra le molte immagini, degne di attenzione vi sono due fotografie realizzate dallo studio fotografico “Sebastianutti i. r. fotografo di corte Trieste” che ritraggono Giacomo Morpurgo e Marco Antonio Morpurgo. I ritratti di Giacomo e del figlio, come quelli della moglie Fanny e degli altri due figli, Matilde e Giuseppe Mario, sono custoditi sia sciolti che all’interno di un volumetto, il Pietoso ricordo con unitevi preghiere per la vigilia di Chipur. Giacobbe Morpurgo (Gorizia 1836-Graz 1884), detto Giacomo, condivise con il fratello Carlo Marco la vita privata e quella commerciale. Nominato titolare della Banca e Cambiavalute Morpurgo Giacomo e della Banca Fano e Morpurgo, la foto lo ritrae attorno al 1873.

 Umberto Veruda ripreso davanti una sua tellaAgli inizi del Novecento un altro artista che si dilettò a realizzare un dipinto da una fotografia fu Umberto Veruda (Trieste 18681904). Dell’eclettico artista triestino esistono molte fotografie conservate presso il Museo Sveviano di Trieste, pervenute al museo con la cospicua donazione della figlia dello scrittore: Letizia Veneziani Svevo. All’interno della Fototeca è stata rinvenuta una foto, inedita, molto interessante che vede il pittore ritratto di fronte a una sua opera . Il dipinto alle spalle dell’autore è il ritratto di Nina Janesich Rusconi eseguito attorno al 1900 all’interno dello studio di via Coroneo. L’olio su tela, come si vede dalla foto, è a grandezza naturale (139x93 cm). Si tramanda dai proprietari dell’opera che questa venne realizzata da Veruda da una foto d’epoca su richiesta del marito che desiderava lasciare alle figlie un ricordo della madre scomparsa nel giorno in cui le gemelle Janesich vennero al mondo.

Infine ci fu chi, da pittore professionista, apprezzò a tal punto la fotografia da aprire uno studio fotografico in città. Ricordiamo Andrea de Castro (Pirano 1806-Trieste 1884)15 abile pittore, specializzato in miniature che, assieme alla figlia Anna, la prima donna ad “intendersi” e ad occuparsi di fotografia, aprì nel 1861 un atelier fotografico, in via San Nicolò 725, del quale restano tracce fino al 1865. Andrea de Castro tuttavia non abbandonerà completamente la pittura come si può vedere da una carte de visite, un positivo all’albumina acquerellato in un secondo tempo. È un foto-ritocco, dove il colore è stato steso con sapiente mano: il nero per le vesti, il verde per la tovaglia sistemata sopra il tavolo su cui poggia il gomito destro, il rosa dell’incarnato nonché il rosso utilizzato per sottolineare le labbra, lo schienale della poltrona e l’anello, probabilmente un granato, portato all’anulare sinistro. La donna, della quale non si conosce l’identità, doveva appartenere alla buona borghesia del tempo: indossa degli orecchini particolarmente elaborati, con i ciondoli asportabili e porta sotto il mento un cammeo su cui sono raffigurati due ragazzi, forse i figli.
Tra gli altri pittori che si dedicarono alla fotografia ci fu anche Augusto Tominz (Roma 1818-Trieste 1883). Figlio del notissimo ritrattista Giuseppe, Augusto si era fatto conoscere in città dopo gli studi all’Accademia di Venezia, grazie sia a varie committenze a lui specificatamente richieste che a quelle realizzate aiutando il padre impegnato nel ritrarre singoli personaggi o gruppi familiari. L’ininterrotta richiesta proveniente dalla borghesia non solo triestina di possedere un ritratto realizzato dai Tominz ci è stata tramandata dalla cospicua presenza di ritratti presenti nelle collezioni pubbliche e private. Per far fronte alle numerose richieste Augusto Tominz si fece aiutare dal “nuovo mezzo” aprendo uno studio fotografico in piazza della Borsa 10 appositamente studiato e progettato dall'architetto Giovanni Berlam. Nello studio i clienti venivano immortalati con uno scatto fotografico e l’immagine così ottenuta velocizzava il procedimento di esecuzione del ritratto, evitando al committente lunghe ore di posa.

Dalle collezioni dei Civici Musei: alcuni esempi di fotografie “artistiche”
Sebbene alcuni fotografi del XIX secolo si ritenevano e si dichiaravano fotografi professionisti generici in grado di soddisfare le comuni esigenze dei loro clienti, alcuni di loro si conquistarono in Europa e non solo la reputazione di essere bravi fotografi d’arte. Tra i molti vanno ricordati i fratelli Alinari che a Trieste fotografarono le opere conservate nella Basilica di San Giusto (CMSA Fototeca inv. 399, 402, 418 ecc.) ed i 254 disegni di Giambattista Tiepolo acquistati dal barone Giuseppe Sartorio nel 1893 e donati ai Civici Musei di Storia ed Arte nel 1910.
Anche l’impresa Sebastianutti & Benque si dedicò, seppur limitatamente, alle foto “artistiche”. Tra le molte riproduzioni conservate presso la Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte, sono state scelte alcune foto che indicano la grande abilità di questi due fotografi.
La foto formato cabinet raffigurante il monumento a Winckelmann  venne acquistata dal Museo di Storia ed Arte dal sig. Antonio Fornasari il 26 ottobre 1927.
Nell’immagine, il cenotafio non si trova all’interno del tempietto bensì entro un “nicchione”, realizzato presumibilmente dall’architetto Francesco Bruyn, che giaceva all’aperto sul primo ripiano del Civico Museo di Storia ed Arte.
Ci sono inoltre delle foto donate ai Civici Musei raffiguranti parte della collezione di bicchieri di vetro di Murano appartenuti alla famiglia Sartorio, pervenute al museo con donazione nel 1910. Un altro caso interessante, per quanto concerne le riproduzioni d’arte, riguarda le foto raffiguranti il Rhyton dei Civici Musei di Storia ed Arte (inv. 4833). Dall’immagine, della quale esistono altre due versioni prese da diverse prospettive, si vede il corno potorio: un bicchiere rituale, configurato a testa di giovane cerbiatto, dominato da grandi orecchie lanceolate. Dalle immagini si intuisce che l’occhio era incastonato e probabilmente di un materiale diverso. Si presume che la foto sia stata commissionata dai Civici Musei di Storia ed Arte al fotografo Alberto Benque tra il 1905 e il 1908, periodo in cui ancora non esisteva il laboratorio fotografico dei Civici Musei, inaugurato nel 1908. In quell'anno venne indetto dai Civici Musei un concorso per un posto di custode al quale veniva richiesta una professionalità multipla e soprattutto competenza nel campo della fotografia. Tra i vari candidati venne scelto Pietro Opiglia (1877-1948) originario di Pola. Sarà il responsabile del Gabinetto fotografico dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste dal dicembre 1908 sino al 1947. Inizialmente opererà con apparecchiature concesse in prestito, successivamente con attrezzature comperate dal museo (si veda la macchina esposta in mostra). Grazie anche alle sue “documentazioni” relative ai restauri cittadini, alle collezioni interne ed esterne al museo, l’attività del museo crebbe accompagnata da una cospicua produzione di immagini, conservata ed ancora oggi consultabile presso l’archivio storico della Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste. .