Due fiorini soltanto - Sebastianutti e Benque fotografi a Trieste


La guerra 1917: approvvigionamento e “cucine di guerra” a Trieste nelle immagini di Alberto Benque

Il denaro scarseggia, ciò non toglie che i pubblici esercizi, caffè, bars, osterie, rigurgitino di gente. La carestia è descritta dal prigioniero con questi particolari: nutrimento universale: polenta. La farina viene prelevata soltanto con tessera. L’olio può venir prelevato con tessera, in razione di 1/4 di litro alla settimana per ogni famiglia ed al prezzo di Corone 20 al litro; il lardo, 8 decagrammi per persona ogni otto giorni, con tessera, e costa 14 corone il kilogrammo; carne due volte alla settimana a 8.60 il kg., il pane, nero acido, a corone 0.64 il kg.; uova, due al giorno per persona al prezzo di 25 centesimi al pezzo. Pesce non se ne trova, perché la pesca è proibita per timore che serva di tramite allo spionaggio. Prezzi enormi hanno raggiunto anche altri generi, sopra-tutto[!] il cuoio: un paio di scarpe non costa meno di 60 corone e una risuolatura, quando il cuoio c’è, si paga 25 corone!

Il compito di far fronte ai fabbisogni della popolazione fu assegnato alla Commissione d’approvvigionamento. Furono inoltre istituite le cucine popolari – le cosiddette “cucine di guerra” – per mezzo delle quali si provvedeva a sfamare quotidianamente anche più di quattromila persone: dietro il pagamento di un piccolo importo i più bisognosi potevano ricevere un umile, ma salutare, pasto, come erba cotta e pagnottelle dal gusto non ben definito.8 Le cucine erano dislocate in vari punti della città, come, ad esempio, a San Giacomo, a Roiano, nella zona di via Economo e presso l’Istituto dei poveri.9 Allo stesso modo le rivendite alimentari, a ognuna delle quali era stato assegnato un numero progressivo e alle quali si accedeva muniti di tessere, erano presenti in tutti i rioni: delle circa venti di cui si trova testimonianza negli atti del Comune10, la numero 1 era in via Madonna del Mare presso il Liceo femminile, la 7 in via G. Parini, la 9 a San Giacomo – prima in via San Marco e poi in via San Giacomo in Monte –, la 16 a Barcola e la 18 in piazza G.B. Vico. Erano allestite in palestre, scuole, o in altre strutture pubbliche, e in magazzini al pianoterra presi in affitto da privati.
commissione di approvvigionamento-1916 A. Benque
In una città provata dagli stenti, dove si percepiva ovunque il disagio e la preoccupazione per l’incertezza del futuro e per il destino dei congiunti al fronte, Alberto Benque (Rio de Janeiro 1873-Graz 1953) poté continuare l’attività di fotografo senza correre il rischio di venir chiamato alle armi avvalendosi della cittadinanza brasiliana che possedeva assieme a quella austriaca.
Non furono anni facili quelli della guerra per lo studio fotografico di piazza della Borsa 11 che Alberto gestiva assieme al socio Mario Paroli (Trieste 1857-1916), anche perché la sua adesione a diverse associazioni politiche tedesche e austriache (Schulverein Süd Mark, Schiller-Verein, Deutsch-Österreichischer Alpenverein) era malvista dagli Italiani, che evitavano quindi di rivolgersi al suo atelier.



Probabilmente tra il 1916 e il 191713 Alberto Benque – ormai solo nella conduzione del laboratorio dopo la morte del collega – eseguì una serie di fotografie su incarico dell’I.R. Luogotenenza che le utilizzò nei locali della Dogana del Punto Franco di Trieste per l’allestimento di una mostra sull’attività svolta dalla Commissione d’approvvigionamento.

Quattro delle istantanee utilizzate nella mostra del 1917, di formato medio 180x240 mm, sono incollate su cartoncini di dimensione variabile, sui quali – in basso al centro o a destra – è attaccato il chiudi-lettera “A. Benque - Trieste - Piazza della Borsa 11” (per tre di queste si vedano le fig. 3, 5, 6). C’è poi l’immagine, senza attribuzione, di un magazzino (fig. 4), simile per formato (280x380 mm) e per supporto a quelle raffiguranti l’esposizione e altre nove (di cui alcune alle fig. 7, 8, 9, 10, 11, 12), di dimensione maggiore (mediamente 490x 650 mm), su cinque delle quali è visibile la firma “A. Benque” stampata direttamente dai negativi. Tutti i positivi sono in bianco e nero e la tecnica usata per la loro realizzazione è la gelatina a sviluppo. Le pregevoli fotografie, che dovevano promuovere e sostenere l’operato delle istituzioni in quegli anni non facili e cercare di mitigare le lamentele di chi “aveva fame”, non raccontano la realtà e la sofferenza della guerra: sono immagini “in apnea” entro contesti reali, ma senza tempo. Non trapelano sentimenti sulle facce della gente, qualche sorriso appena accennato, molti occhi bassi per pudore e non mentire o volti che guardano inespressivi l’obiettivo. Ambienti rigorosi, sobri, organizzati, a volte inverosimili, dove ogni persona conserva la propria dignità e tutto sembra funzionare al meglio sotto lo sguardo vigile e rassicurante dell’imperatore Francesco Giuseppe che ancora domina dalla cornice di un quadro alla parete.