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Uccisi e scomparsi
È molto difficile indicare con precisione il numero delle persone scomparse in seguito alle uccisioni e deportazioni della primavera 1945. Già i dati sulle stragi nell’autunno 1943 in Istria - che oscillano tra le 217 salme recuperate, di cui solo 134 identificate, e le oltre 500 denunce di scomparsa - possono essere considerati del tutto provvisori, se si aggiungono a quelli delle vittime tra il 1944 e 1945. Infatti le particolari condizioni poste da un stato di guerra in tutta la regione resero impossibile la ricerca degli scomparsi. Per le uccisioni e le deportazioni è comunque riduttivo parlare di vendetta - che pure in alcuni casi certamente vi fu - quanto piuttosto di precise responsabilità da parte delle autorità dello Stato jugoslavo, che organizzò la repressione, che ebbe in detenzione gli arrestati e che non fornì mai notizie precise intorno al numero e all’identità dei deportati. Da parte sua, il governo italiano nell‘immediato dopoguerra non esercitò una forte pressione per ottenere in tempi rapidi il rilascio dei prigionieri, nel timore che sol1evare la questione favorisse, come corrispettivo, la Jugoslavia nella sua richiesta di estradizione di civili e militari italiani ritenuti responsabili di crimini di guerra nei territori occupati dall’Italia durante il conflitto. L’incrinarsi dei rapporti tra URSS e Jugoslavia dopo il 1948 fece venire meno il maggior sostegno internazionale alla richiesta jugoslava e la questione si appianò tra Italia e Jugoslavia con una serie di scambi di prigionieri sul confine di Gorizia.
Tra il 3 novembre 1945 e il 23 aprile 1948 il GMA costituì una squadra speciale di polizia, coadiuvata da Vigili del Fuoco, esperti speleologi e rastrellatori di ordigni col compito di scandagliare tutte quelle cavità in cui si sospettava ci fossero dei resti umani. Riesumazioni furono effettuate anche da fosse comuni tra Trieste e Gorizia. In molti casi le esplorazioni e i recuperi coincisero con i procedimenti penali dibattuti presso la Corte Straordinaria di Assise a carico di imputati di omicidi consumati nei giorni immediatamente successivi alla fine del conflitto. I preocessi si conclusero con pene spesso piuttosto severe, comminate però in gran parte a soggetti latitanti in Jugoslavia. Secondo un rapporto della polizia del GMA furono riesumate 464 salme alle quali bisogna aggiungere altre 401 recuperate nella sola città di Trieste fra maggio e giugno del 1945 e molte delle quali di militari tedeschi o italiani. E’ noto però che furono condotte anche altre ricerche, in qualche caso con il recupero di salme ma in molti altri con una semplice segnalazione dei resti umani in fondo a qualche cavità. A queste esplorazioni ufficiali si devono aggiungere quelle condotte da piccoli nuclei di speleologi, anche oltre la linea di demarcazione. In tempi recenti è emersa la testimonianza di ricerche condotte anche dai servizi informativi dell’esercito italiano. I dati più impressionanti sulle dimensioni e le implicazioni del fenomeno delle stragi sono giunti però dopo la dissoluzione della Jugoslavia da una sistematica campagna di indagini condotta in tutto il territorio della Slovenia, che ha individuato oltre 2000 cavità o fosse comuni in cui sono state occultate decine di migliaia di vittime della violenta presa del potere da parte di Tito nel 1945. Alcune di queste cavità sono state scoperte in aree prossime all’attuale confine, a conferma delle voci già circolanti allora circa la tragica sorte degli scomparsi.
Una seria difficoltà per la quantificazione delle vittime delle stragi risiede anche nel fatto che una parte degli scomparsi era originaria di altre province italiane, dove i parenti non hanno mai attivato una precisa indagine, limitandosi a dichiarare il congiunto disperso per effetto degli avvenimenti bellici. Ciò spiega, almeno in parte, una certa difformità tra il numero presunto degli scomparsi - che oscilla tra le 5.000 e le 10.000 unità e quello delle salme riesumate e delle registrazioni anagrafiche locali. Nell’aprile 1947 il Governo Militare Alleato di Trieste disponeva di 3419 nominativi di persone scomparse, raccolti sulla base delle denunce familiari e così ripartiti: 1492 da Trieste, 1100 da Gorizia, 827 da Pola. Per ammissione dello stesso GMA tale elenco doveva ritenersi provvisorio, in quanto le autorità jugoslave si erano rifiutate di fornire qualsiasi notizia in merito ai territori sottoposti alla propria amministrazione. Inoltre; l’elenco probabilmente non poteva comprendere che in minima parte i soggetti residenti in altre province, se non in presenza di precise denunce presentate alle autorità locali.
Un’altra difficoltà riguardante i militari, è dovuta al fatto che nei campi jugoslavi tra il 1944 e il 1947 furono reclusi tre gruppi di soldati italiani. Il primo era costituito dagli arrestati nella primavera del 1945. Il secondo, più numeroso, era rappresentato dai so1dati italiani caduti nelle mani dei tedeschi in Jugoslavia dopo l’armistizio del 1943: costoro, man mano che procedeva la liberazione del Paese, passarono da prigionieri dei tedeschi a prigionieri degli jugoslavi. Infine, il terzo gruppo era formato dagli internati in Germania o in altri territori occupati dopo 1’8 settembre 1943. Crollato nel 1945 il potere nazista costoro cercarono di tornare a casa passando per la Jugoslavia, ma vennero arrestati dagli jugoslavi in quanto comunque appartenenti a quell’esercito italiano che aveva occupato il Paese e condannati quindi a “collaborare” con il loro lavoro alla sua ricostruzione. Secondo dati jugoslavi, sembra che nell’ottobre 1945 ci fossero in Jugoslavia ancora 17.000 prigionieri italiani, nel gennaio 1946 ancor 12.000, nel febbraio 1947 circa mille. Distinguere le diverse situazioni all’interno di tale massa di prigionieri è al momento impossibile.
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