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Arresti e deportazioni
Arresti e deportazioni
Il 3 maggio 1945 fu costituita a Trieste un’amministrazione militare jugoslava, che dopo poco, il 13 maggio, cedette il potere ad un’amministrazione civile, anch’essa jugoslava, in segno di normalizzazione. I nuovi poteri, autodefinitisi. “popolari”, assunsero il controllo dell’economia e spostarono le lancette degli orologi, per far coincidere l’ora di Trieste con quella del “resto della Jugoslavia”. Il CLN fu costretto a ritornare in clandestinità mentre il vescovo Antonio Santin protestò per i metodi dell’occupazione. Infatti, fin dai primi giorni si registrarono migliaia di arresti di persone individuate per mezzo di liste di proscrizione e di denunce incontrollate: si trattava di arresti disordinati e effettuati per opera di piccole formazioni e “squadre volanti”, ma anche di arresti mirati di civili e militari, tra i quali non solo collaborazionisti e delatori, eseguiti da unità dipendenti dal Comando della Città di Trieste, dalla I Divisione slovena KNOJ e dalla Difesa Popolare, in esecuzione alle direttive impartite dall’OZNA, la polizia politica jugoslava. Fu disarmato e deportato anche un centinaio di Guardie di Finanza.
Tutto ciò avveniva sotto gli occhi delle truppe anglo-americane che però non intervennero, in attesa della definizione diplomatica della crisi di Trieste. Le retate comunque non avvenivano in maniera clamorosa, per non compromettere agli occhi degli anglo-americani l’immagine della nuova amministrazione, che sapeva di poter contare sul favore di una parte della popolazione, non solo tra gli sloveni ma anche all’interno della classe operaia di lingua italiana e di orientamento comunista.
Il 3 maggio 1945 fu dichiarata l’annessione di Trieste e della Venezia Giulia alla nuova Jugoslavia di Tito ma il 5 maggio, dopo una prima serie di manifestazioni fìlojugoslave, fu stroncata nel sangue dalle truppe jugoslave una dimostrazione filoitaliana, in parte spontanea e in parte organizzata da alcuni elementi vicini al CLN. A tale episodio fece seguito un’altra repressione che si accanì in modo particolare contro quegli elementi che pur avendo partecipato all’insurrezione contro i tedeschi, erano ritenuti pericolosi dai poteri popolari, poiché ostili all’annessione alla Jugoslavia. Allora il CLN decise di inviare una delegazione prima a Venezia e poi a Roma dove incontrò alcuni rappresentanti del Governo italiano e l’ammiraglio Stone, con lo scopo di sollecitare un intervento di tutela della popolazione italiana e di rispetto dei confini prebellici sino alla definizione del trattato di pace.
Non tutti gli arrestati però furono uccisi immediatamente ma in molti casi rinchiusi in carceri, caserme, altri edifici come scuole e perfino la Risiera di San Sabba, e solo in un momento successivo deportati verso i territori sloveno e croato. Alcuni rapporti dei servizi informativi militari alleati parlano di decine di migliaia di arrestati, ma anche di eliminazioni avvenute alla periferia delle principali città. I deportati furono trasferiti in alcuni campi di concentramento allestiti in diverse località del territorio jugoslavo (Ajdovscina, Borovnica, Crikvenica, Karlovac, Maribor, Otlica, Popovaca, Vipava, Prestanek, St. Vid, Sisak, Stara Gradiska, Skofja Loka, Vrsac, Zemun) e utilizzati in lavori forzati: le condizioni alimentari, igieniche e la rigida disciplina minarono la salute di molti detenuti, portandoli alla morte nel corso dell’estate. Una consistente parte dei sopravvissuti ai campi di concentramento fu rilasciata nel corso dei mesi successivi ma molti altri continuarono per anni la detenzione in altri campi di concentramento e in carceri speciali, spesso senza processo e senza un preciso capo d’imputazione. A Lubiana operò un carcere dell’OZNA dal quale fu prelevato oltre un centinaio di detenuti che vennero eliminati fra il dicembre 1945 e il gennaio 1946; i pochi sopravvissuti rientrarono in Italia solo nell’aprile 1947. Altri deportati poterono ritornare nel 1948 e altri soltanto nel corso degli anni ‘50, dopo aver condiviso il carcere con istriani e fiumani che avevano cercato in qualche modo di opporsi al regime di Tito.