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La repressione
Ai primi di maggio del 1945, con il crollo del potere nazista e l’occupazione da parte dell’esercito jugoslavo, la Venezia Giulia fu raggiunta dall’ondata di violenze di massa che si scatenò in tutti i territori jugoslavi, dove la liberazione dai tedeschi coincise con la presa del potere da parte del movimento partigiano a guida comunista. I militari italiani e tedeschi arresisi alle truppe di Tito ebbero sorte simile: alcuni furono soggetti a immediate fucilazioni sommarie, altri vennero trasferiti nei campi di prigionia attraverso vere e proprie “marce della morte”. Anche il soggiorno nei campi si rivelò spesso fatale, perché denutrizione e maltrattamenti provocarono una mortalità altissima. Per gli italiani particolarmente famigerato risultò il campo di Borovnica, presso Lubiana. Gli appartenenti alle formazioni collaborazioniste slovene e croate arrestati mentre tentavano di fuggire dalla Slovenia in Austria, o riconsegnati dagli inglesi alle autorità jugoslave, furono invece uccisi tutti immediatamente. Simbolo di quelle stragi, che provocarono decine di migliaia di vittime, sono le località di Kocevski Rog e di Bleiburg.
Quanto ai civili, le autorità jugoslave procedettero ad una radicale “epurazione preventiva” della società. Nella Venezia Giulia ciò comportò l’arresto in massa dei membri dell’apparato repressivo nazista e fascista, dei quadri del fascismo giuliano, di elementi collaborazionisti, ma anche di partigiani italiani che non accettavano l’egemonia del movimento di liberazione jugoslavo e di alcuni esponenti del CLN giuliano e del movimento autonomista fiumano, assieme ad alcuni slavi anticomunisti e a molti cittadini privi di particolari trascorsi politici ma di sicuro orientamento filo-italiano. La repressione, oltre a fare i conti con il fascismo, mirava ad eliminare tuffi gli oppositori, anche solo potenziali, all’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia di Tito. Per questo, nella regione a venir perseguitati furono assai più gli italiani che gli sloveni e croati, alcuni dei quali pure trovarono la morte, specie nell’alta valle dell’Isonzo. Infatti, durante la guerra il movimento di liberazione jugoslavo aveva fatto proprie le tradizionali rivendicazioni slovene e croate sui territori ad est dell’Isonzo: questa scelta politica aveva in genere fatto superare alla popolazione slava della Venezia Giulia quella diffidenza nei confronti del comunismo che poco più in là, in Slovenia e Croazia, aveva alimentato rispettivamente il movimento domobranzo e quello ustascia, entrambi duramente repressi nel dopoguerra. Invece, la popolazione italiana era in maggioranza contraria all’annessione alla Jugoslavia, e su di essa pertanto si concentrò l’azione repressiva, con un duplice scopo: decapitarne la classe dirigente e intimidire l’intero gruppo nazionale in modo da bloccarne qualsiasi velleità di resistenza.
Parte degli arrestati venne subito eliminata, la maggioranza venne inviata nei campi di prigionia, ove trovò sorte simile a quella dei militari.
Le stragi perpetrate nella Venezia Giulia sono dunque state una variante locale di un processo generale che ha coinvolto tuffi i territori in cui si realizzò la presa del potere da parte del movimento partigiano comunista jugoslavo. Tale variante si inseriva sul precedente tessuto di contrasti nazionali fra italiani e slavi, in un territorio conteso fra Italia e Jugoslavia: per questo, ha assunto il carattere di una tragedia nazionale per gli italiani e ha pesato a lungo sui rapporti fra gli stati confinanti.