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La corsa per Trieste
Nel marzo 1945 iniziò da Bihac la grande offensiva della 1V Armata jugoslava che puntava a raggiungere Trieste prima delle forze anglo-americane ancora attestate sugli Appennini e lungo il fiume Senio in Romagna. Nel giro di un mese l’Armata risalì la costa adriatica orientale, occupò le isole di Pago e Arbe, quindi attaccò le linee difensive alle spalle di Fiume e, con un’ardita manovra, marciò su Trieste e Gorizia, trascurando momentaneamente Lubiana e Zagabria, che sarebbero state liberate solo alcuni giorni dopo. Alla fine di aprile, mentre sul Carso la IV Armata jugoslava e il IX Korpus si congiungevano per scendere a Trieste, il XIII Corpo anglo-americano si trovava ancora nella pianura veneta. A differenza degli jugoslavi, per gli anglo-americani la Venezia Giulia non costituiva un obiettivo strategico; tuttavia, il possesso del porto di Trieste era considerato essenziale per il controllo dei rifornimenti verso l’Austria, e pertanto alla II divisione neozelandese del generale Freiberg fu ordinato di occupare la città, evitando comunque frizioni con gli alleati jugoslavi. Da parte sua, il governo italiano sollecitò gli anglo-americani ad instaurare un’amministrazione alleata su tutta la Venezia Giulia, mentre il segretario del PCI Palmiro Togliatti inviò un telegramma ai lavoratori triestini per invitarli ad accogliere le truppe jugoslave come liberatrici e a favorire l’instaurazione nella Venezia Giulia di un regime comunista al posto di un Governo Militare Alleato. Contemporaneamente all’ultima offensiva, il comitato centrale de partito comunista sloveno impartì precisi ordini per preparare la presa del potere a Trieste e per ottener uno stretto controllo del territorio venne così previsto l’arresto di tutti i fascisti e dei cosiddetti “reazionari” ovvero coloro che avrebbero manifestato contrarietà all’occupazione e alla conseguente annessione allo Stato jugoslavo, nonché la loro deportazione in territorio jugoslavo, dove sarebbero stati successivamente processati. In tal modo si sarebbero evitati atti di violenza di massa in loco, che avrebbero potuto compromettere l’immagine di legalità che le forze jugoslave desideravano accreditare nei territori occupati. Nei medesimi frangenti il Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste, dopo gli ultimi arresti subiti per mano di nazisti e fascisti nel febbraio 1945, si era riorganizzato e aveva ricostituito la propria rete cospirativa formata da civili e militari, nonché da diversi giovani che erano stati inseriti all’interno dei corpi di sicurezza allestiti durante l’occupazione tedesca. Il CLN a Trieste era costituito dal Partito Liberale, dalla Democrazia Cristiana, dal Partito d’Azione e dal Partito Socialista ma, a differenza di quelli operanti nell’Italia settentrionale, non poteva più contare sulla presenza dei comunisti in quanto costoro si erano orientati fin dall’autunno del 1944 sulle posizioni filojugoslave. Il CLN di Trieste era drammaticamente isolato dal CLN Alta Italia e i suoi appelli erano caduti nel vuoto in quanto per lo stesso CLN Alta Italia era chiaro che le truppe jugoslave dovevano essere considerate forze alleate alle quali non poteva essere opposta alcuna resistenza, restando come obiettivo prioritario la neutralizzazione delle truppe tedesche presenti in città e nel territorio circostante. Era comunque evidente che un altro pericolo incombeva sulla città, vista la dichiarata intenzione di Tito di annettere l’intera regione alla Jugoslavia.
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