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Il pozzo della Miniera di Basovizza
Il pozzo della Miniera di Basovizza è una cavità artificiale scavata nel primo decennio del XX secolo per la ricerca di carbone. L’industriale ceco Karl von Skoda diede inizio nel 1901 allo scavo del pozzo, con un’imboccatura di 4,40 metri per 2,10 metri, che raggiunse ben presto i 256 metri di profondità.
Nel corso degli anni Trenta alcuni speleologi triestini toccarono il fondo a 225 metri di profondità, segno che la cavità era stata riempita in parte con materiali inerti.
Nell’estate-autunno del 1945 le autorità militari anglo-americane disposero alcuni sondaggi nella cavità, ma sospesero ben presto le operazioni. In anni successivi altre esplorazioni furono condotte da privati che constatarono come la voragine fosse stata ulteriormente riempita. Tra il 1953 e il 1954 la ditta Cavazzoni procedette al recupero di rottami metallici dal fondo senza imbattersi in resti umani.
La cavità da allora rimase aperta e utilizzata come discarica fino al 1959, cioè fino alla prima sistemazione monumentale per opera della Commissariato generale per le Onoranze in Guerra del Ministero della Difesa.
Due anni più tardi, su sollecitazione di padre Flaminio Rocchi, il medesimo Commissariato dispose una copertura provvisoria in lastre di cemento rimovibili per il Pozzo della miniera e per l’Abisso n. 103 ex n. 149, presso Opicina: l’iniziativa era stata presa dal Governo per far cessare la cattiva abitudine di utilizzare soprattutto la prima cavità come discarica e per segnalare la presenza di due grandi fosse comuni. La copertura rimovibile era stata pensata per permettere, qualora ci fosse stato l’interesse, una futura ispezione della cavità. La prima sistemazione monumentale del pozzo minerario di Basovizza era una semplice lastra di pietra grigia segnata da una grande croce con sullo zoccolo riportato un passo della “Preghiera dell’Infoibato” dettata dall’arcivescovo Antonio Santin. Su un lato era stato alzato un cippo, opera di Tristano Alberti, raffigurante la sezione della cavità e le ipotetiche stratificazioni, alla cui sommità era appesa la lampada votiva donata dall’Opera Mondiale lampade della fraternità. Nel corso del tempo il sito fu arricchito con una recinzione in muratura, piante ornamentali, cippi e un pilo porta-bandiera donati dalle Associazioni d’Arma e dalle organizzazioni degli esuli giuliano-dalmati. Alcune targhe ricordavano il punto in cui era custodito un elenco degli scomparsi in seguito alle deportazioni e le visite dei presidenti della Repubblica.
In seguito alla sollecitazione delle associazioni patriottiche, combattentistiche e degli esuli giuliano dalmati, nel 1980 il sito ottenne il riconoscimento, assieme al citato Abisso presso Opicina, della qualifica di “monumento di interesse nazionale”, quindi sottoposto a particolari vincoli di conservazione e cura. Negli anni successivi il Comune di Trieste garantì una miglior sistemazione del sito di Basovizza che divenne col passare del tempo il principale memoriale per tutte le vittime degli eccidi nella Venezia Giulia, a Fiume e in Dalmazia del 1943, 1944 e 1945 ma anche oggetto di polemiche in merito alla natura di tali commemorazioni e per il prolungato silenzio delle istituzioni e il mancato omaggio delle più alte cariche dello Stato. Infatti per molti anni le cerimonie furono promosse dalle associazioni patriottiche e d’Arma e soltanto con gli anni Ottanta il Comune di Trieste intese parteciparvi a titolo ufficiale, mentre la presenza di autorità civili o militari fu spesso oggetto di polemiche.
Solo nel 1991, davanti alla dissoluzione della Jugoslavia e alla fine dell’Unione Sovietica, il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, decise di rendere omaggio alle vittime e due anni più tardi il suo successore Oscar Luigi Scalfaro fece altrettanto, dopo che nel 1992 egli stesso aveva già dichiarato il Pozzo della Miniera “Monumento Nazionale”. Nel 2003 sulla foiba si recò Carlo Azeglio Ciampi.
Nel 2006 l’area è stata oggetto di un nuovo intervento di carattere monumentale su progetto dell’architetto Ennio Cervi. La lastra originaria è stata coperta con una guaina metallica sulla quale è stata innalzata un’impalcatura sormontata da una croce che ricorda la caratteristica biga utilizzata per le esplorazioni di molte foibe in Istria e sul Carso, opera dell’artista Livio Schiozzi.