Foiba di Basovizza e Centro di Documentazione > Le foibe: che cosa sono


Il sito di Basovizza, Monumento Nazionale, costituisce il simbolo delle stragi avvenute nella Venezia Giulia nell’autunno del 1943 e nella primavera dei 1945. Si ricordano qui tutte le vittime di quella stagione di morte, quelle che hanno trovato la loro fine nelle voragini del Carso e quelle che sono scomparse nella deportazione.

FOIBE, dal latino fovea, sono chiamati gli abissi naturali tipici dei terreni carsici la cui imboccatura può variare da qualche decina di centimetri ad alcuni metri e la cui profondità può superare i cento metri. Fin dall’antichità le foibe sono state episodicamente utilizzate per far sparire oggetti e corpi di cui ci si voleva liberare, ma tale uso ha assunto dimensioni clamorose nella seconda metà del ‘900. In particolare, nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945, le foibe vennero adoperate come sepolture collettive di parte delle vittime delle stragi avvenute in quel periodo nella Venezia Giulia, dal momento che il terreno roccioso rendeva difficile lo scavo di fosse comuni. Allo stesso scopo vennero usate anche le cavità artificiali di miniere di carbone e di bauxite. Negli anni della guerra fredda sembra inoltre che alcune foibe lungo il versante jugoslavo del confine siano state utilizzate per celare i corpi dei clandestini, provenienti da vari paesi dell’Europa dell’est, uccisi mentre tentavano di raggiungere l’Occidente.

INFOIBATI significa letteralmente gettati nelle foibe. Il termine è entrato nell’uso nell’autunno del 1943, dopo la scoperta sul fondo degli abissi dei corpi di alcune centinaia di vittime delle stragi di quel periodo, che in alcuni casi erano state scagliate nei pozzi ancora vive.
Alla fine dell’aprile 1945 la località di Basovizza fu al centro di duri combattimenti tra le formazioni della IV Armata jugoslava e i reparti tedeschi che si stavano ritirando da Trieste e sul campo rimasero molti caduti, carcasse di animali e diverso materiale militare.
Nei primi giorni del maggio 1945 Basovizza fu attraversata da lunghe colonne di prigionieri - soldati tedeschi, italiani, slavi e civili catturati a Trieste e dintorni, destinati ai campi di concentramento allestiti all’interno della Jugoslavia.
Agli inizi del giugno 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste, costretto alla clandestinità durante l’occupazione jugoslava, raccolse e diffuse la notizia di esecuzioni sommarie avvenute in prossimità del pozzo minerario di Basovizza.
Di lì a poco, una missione dei servizi di informazione anglo-americani apprese da un sacerdote del luogo dell’esecuzione di un numero imprecisato di prigionieri, militari, poliziotti e civili, avvenuta dopo brevi processi sommari presieduti da ufficiali della IV Armata jugoslava e alla presenza di abitanti del paese. Alcune testimonianze raccolte tra la popolazione della località, confermarono nella sostanza i processi sommari e le esecuzioni.

profilo della Foiba PlutoneLa notizia fu confermata anche da una missione dei servizi di informazione italiani e ripresa da alcuni quotidiani romani che scrissero di almeno 400 corpi già esumati dalla cavità. Un rapporto del 24 luglio 1945 l’Ufficio “I” dello Stato Maggiore dell’Esercito informava della riesumazione di 500 cadaveri, soprattutto di soldati tedeschi, e di parti di equipaggiamento alleato, forse appartenente al Corpo Italiano di Liberazione oppure inviato ai partigiani, ed aggiungeva che tutta l’area della miniera risultava presidiata dagli angloamericani.

Il quotidiano “Libera Stampa” pubblicò il l° agosto un documento attribuito al CLN di Trieste in cui era descritta l’entità dei massacri e si lamentava l’assenza di mezzi idonei per recupero delle salme, ma il giorno dopo tre esponenti del comitato, presenti a Roma, smentirono di averlo sottoscritto, probabilmente per non compromettere la sorte dei molti deportati in Jugoslavia. In quei giorni il Ministro degli Esteri Alcide de Gasperi aveva avanzato una richiesta ufficiale all’ammiraglio Ellery W. Stone di essere informato delle iniziative intraprese dagli anglo-americani intorno al pozzo della miniera.
Anche la stampa slovena del Fronte di Liberazione aveva riportata la notizia, denunciando la campagna diffamatoria contro la Jugoslavia di Tito con un inquietante accenno al fatto che quella cavità non era certamente l’unica trasformata in tomba per nemici e oppositori.
Nel corso dell’estate il CLN chiese ufficialmente il recupero delle salme e l’esplorazione di tutte le cavità del Carso a occidente della linea Morgan e le autorità anglo-americane autorizzarono i lavori sul pozzo, utilizzando però una benna portuale per scandagliare il fondo della cavità. Tale pratica provocò un forte risentimento del CLN, che si attendeva invece un capillare recupero delle salme e il loro riconoscimento. Tutte le operazioni, condotte in modo sbrigativo, avvennero nella massima riservatezza e i dati ufficiali non vennero mai resi pubblici; probabilmente quel poco che poté essere inviduato, ma non riconosciuto, finì in una fossa comune scavata poco distante, anche se alcune voci affermano che i resti furono invece bruciati a cielo aperto.
Pure i servizi informativi jugoslavi si occuparono del caso raccogliendo informazioni in merito alle esecuzioni sommarie che pare avessero riguardato militari tedeschi ed elementi della polizia italiana.
Le informazioni raccolte dagli anglo-americani, dagli italiani e pure dagli jugoslavi, per quanto ottenute in tempi e con modalità diverse, coincidono in molti punti. Furono scattate alcune fotografie, riprese da lontano, e inviate alle autorità italiane; qualcuna venne pure pubblicata sulla stampa locale.
Il caso di Basovizza aveva messo in difficoltà gli anglo-americani: da una parte il Dipartimento di Stato e l’ambasciata Usa a Roma sostenevano il prosieguo dell’iniziativa, con l’appoggio di Churchill, Eden ed Alexander, ma dall’altro canto i Comandi militari ritenevano di avere elementi sufficienti per chiudere l’inchiesta in modo da non offrire il fianco alle proteste ufficiali della Jugoslavia.
Nel mese di ottobre del 1945 il CLN protestò contro l’uso della benna per il recupero delle salme e il settimanale diocesano “Vita nuova” pubblicò un articolo sui recuperi. Il vescovo di Trieste Antonio Santin citò l’uso della benna di una relazione inviata al ministero degli esteri il 21 dicembre 1945.
Nel frattempo, il 22 novembre 1945 il Supremo Comando Alleato decise di aderire alla richiesta del Foreign Office di sospendere le ricerche in attesa di macchinari più idonei, ma stabilì anche di non divulgare tale decisione per evitare ripercussioni sull’opinione pubblica italiana. Pochi giorni dopo un corrispondente del quotidiano “Giornale della Sera”, Giovanni D’Alò, pubblicò il 30 novembre 1945 una descrizione dei recuperi con la benna e formulò, per la prima volta, un calcolo approssimativo in metri cubi del numero delle possibili salme: circa 450 metri cubi di materiali corrispondenti a 1200 - 1500 corpi umani, il che naturalmente era solo un’ipotesi, posto che nella cavità erano stati gettati oggetti di ogni tipo, comprese carcasse di animali e munizioni inesplose, per rendere più ardue le ricerche.
Da allora in poi il pozzo fu abbandonato.