storia > la nuova sede: 1925-1988


 Nell'aprile del 1925 per il museo e la biblioteca si apre la nuova sede di via della Cattedrale che risolve l'annoso problema dello spazio. Si recide il cordone ombelicale che tiene legato quest'istituto agli altri istituti culturali civici e avviene anche una suddivisione del patrimonio librario, concordata tra i direttori del museo e della biblioteca civica: alcune raccolte di periodici ed alcune monografie vengono destinate all'uno e all'altro istituto, a seconda delle aree di interesse e di pertinenza [Piero Sticotti, Cronaca: 1, 2, 5 ottobre 1920].
La collaborazione così auspicabile tra istituti dipendenti dallo stesso ente, che aveva inciso, per l'arco di un sessantennio, sulla scelta delle acquisizioni e aveva evitato nel limite del possibile la proliferazione dei doppioni, si conclude così con un'ultima, oculata operazione. Nel 1926 un'altra importante biblioteca privata incrementa il patrimonio librario del museo, quella di Carlo Marchesetti, direttore del Civico museo di storia naturale, medico, botanico, zoologo, ma soprattutto archeologo, conosciutissimo nel mondo accademico per gli scavi di Santa Lucia di Tolmino. Il gesto di Marchesetti, alla luce di quanto abbiamo letto nella cronaca del 18 giugno 1894 [Alberto Puschi, Cronaca: 18 giugno 1894], sembra riparatore rispetto a un passato di lotte intestine e di dissapori, forse una maggiore comprensione del ruolo degli istituti cittadini si è fatta strada in un completamente mutato clima politico. Seguono gli anni di raccolta dei documenti e degli oggetti, attestanti l'attività irredentista di triestini e istriani che formano il nucleo del Museo del Risorgimento. Archivi di lettere, volantini, relazioni, manifesti, proclami, cartoline, fotografie, “realia” vengono elencati puntigliosamente, conservati gelosamente, non sempre catalogati.
Tra queste raccolte la più notevole per consistenza e peculiarità è quella di Filippo Zamboni, giovane combattente con il Battaglione Universitario Romano, nel Veneto nel 1848 e a Roma nel 1849 con Garibaldi a difendere la città dai francesi accorsi ad aiutare il papa. Fallita l'impresa romana, dopo aver girovagato per l'Italia, nel 1856 si trasferisce a Vienna dove lo hanno preceduto i familiari: in quella città è attivo membro del Circolo Accademico Italiano e si dedica all'insegnamento privato della lingua italiana. Nel 1910, il lascito di Filippo Zamboni (integrato e perfezionato nel 1915, nel 1927 e nel 1936 dalla vedova, signora Emilia Dagnen de Fichtenhein, sua cugina di primo grado) perviene ai musei. Comprende la sua biblioteca, i suoi manoscritti, i volumi da lui stampati, i quadri, la collezione numismatica, la corrispondenza con numerosi personaggi a lui coevi (anche prestigiosi letterati e uomini politici), le fotografie, i documenti di varia natura che incrementano la raccolta di Storia Patria mentre i cimeli del Battaglione Universitario Romano (relativi agli anni 1848 e 1849), assieme a materiale inerente la partecipazione di volontari giuliani alle guerre risorgimentali e l'esercito papale, rafforzano notevolmente il primo nucleo di testimonianze adatte a dar vita ad una sezione sul Risorgimento Italiano.

Nel 1922 inizia il versamento del dono di Eugenio Popovich, che continua nel 1925 e si completerà quindi nel 1931. Popovich, la cui famiglia è originaria delle Bocche di Cattaro, rimasto orfano della madre in fasce, viene mandato dal padre, un capitano marittimo attivo sul Mar d'Azov, a Trieste affidato alle cure della nonna materna e degli zii. Frequenta i primi studi al Ginnasio triestino e passa nel 1856 al Liceo italiano di Capodistria. Là ha inizio la sua opera patriottica che gli vale l’affetto di Carlo Combi, dei Gravisi, dei Belli. E' condiscepolo del futuro Re Nicola del Montenegro e diviene il migliore dei suoi amici. Consegue il diploma di maturità al Ginnasio di Zara nel 1860 e si iscrive all’Università di Graz. Nel 1860 accorre in Sicilia ma vi giunge quando l’impresa dei Mille è già conclusa. Nel 1861 fa parte del I Comitato segreto Triestino-Istriano che si è costituito sotto la presidenza di Eugenio Solferini.
Nell’autunno dello stesso anno è studente all’Università di Pisa assieme ad altri giovani giuliani e trentini e rimane fino al novembre dell’anno 1863 ritrovando il principe Nicola con cui riannoda l’antica amicizia. Si laurea a Bologna nel 1864 in Scienze Politiche e Giuridiche. Durante la sua permanenza a Pisa crea il Comitato Triestino di quella città, è attivo nella Società Democratica e nel gruppo locale dell’Associazione Emancipatrice fondata da Garibaldi con il programma di Roma o Morte. Fonda anche il Comitato per la Polonia assieme a Pilade Medici e Carlo de Negri. L’attività giornalistica di Popovich inizia già ai tempi della scuola, scrive sui principali quotidiani del Regno. Tra gli anni 1875 e 1877 firma molti articoli sul quotidiano La Nazione con lo pseudonimo E. Tergesti per evitare di esporsi a ritorsioni da parte delle autorità austriache. Per il giornale Il Diritto invia interessanti corrispondenze dalla zona d’operazioni durante la guerra che scoppia alle frontiere della Bosnia-Erzegovina. Nominato console del Montenegro a Roma il 15 maggio 1897 dal principe Nicola, d’intesa con Umberto I, è elevato a console generale con patente del 12 settembre 1900. Ricchissima è la documentazione del suo archivio. La sua biblioteca rispecchia gli interessi e il lavoro diplomatico del personaggio, contempla la realtà dei Balcani dalla fine dell'Ottocento sino ai primi anni del Novecento.

Lasciti ingenti si susseguono negli anni Quaranta, di Mario Morpurgo de Nilma (1944), di Anna Sartorio Segrè (1947) e un'altrettanto importante donazione, non registrata, anche se cospicua, quella di Salvatore Sabbadini. Nel 1943 li precede il dono di Aldo Mayer, figlio di Teodoro, fondatore de “il Piccolo”, consistente di circa 2200 volumi. Aldo Mayer è l'autore di dozzinali romanzi di tono propagandistico-declamatorio (Comanda, noi ubbidiamo, La canzone dell'Arno, etc.).
Nella biblioteca compaiono opere minori dei classici della letteratura italiana, prevalgono le opere di inizio secolo, ma di tono minore e decisamente scadenti, pochissime le opere straniere ed in lingua originale. Solo queste quattro biblioteche private non sono state smembrate per essere inserite nelle varie sezioni della biblioteca dei Civici musei di storia ed arte. Due sono parte integrante dei musei che le ospitano, il Museo Morpurgo e il Museo Sartorio.

La Biblioteca di Mario Morpurgo, citata pure nell’Annuario delle biblioteche italiane, consistente di 2500 volumi, “contribuisce con le pregevoli rilegature a completare l’arredo ottocentesco dell’ambiente” [Annuario delle biblioteche italiane. Roma : Palombi, 1969-1981, v. 5, p. 131-132. In data 8 maggio 1964 è stata definitivamente assegnata al Museo Morpurgo, dopo l'esame dei volumi da parte del direttore della Biblioteca civica, Sauro Pesante, in conformità al testamento ereditario]. Si precisa che solo nel 1964 (8 maggio) viene definitivamente assegnata al museo, dopo l'esame a cui la sottopone il direttore della Biblioteca Civica, che decide di rinunciare ad essa, anche se le volontà testamentarie l'avrebbero destinata all'istituzione più importante.

Un’analisi accurata ne fornisce la studiosa Anna Millo per ritrarre la personalità del suo possessore, Mario Morpurgo, ebreo convertito, ricco possidente, rampollo di una famiglia che vanta titolo nobiliari per meriti finanziari. “Non si tratta della biblioteca di un intellettuale, quanto quella di chi ha compiuto un solido apprendistato di tipo umanistico, che ne ha segnato la formazione e che, pur all’interno di un gusto conservatore, si rivela in grado di produrre qualche criterio originale di orientamento” [Anna Millo, L’élite al potere : una biografia collettiva 1891-1938. Milano : Angeli, 1989, p. 196, p. 65].

La biblioteca presenta alcuni autori della letteratura tedesca (Goethe, Schiller, Heine), i classici della letteratura francese, inglese, americana in lingua originale, i maggiori autori della letteratura italiana in pregevoli edizioni settecentesche e per l'Ottocento tutta la produzione d'intonazione risorgimentale, opere letterarie del Novecento, in prevalenza testi teatrali, i classici greci e latini in traduzione tedesca o francese, una sezione di storia, di filosofia, d'arte e di saggistica; interessanti sono le opere antisemite che, ipotizza Anna Millo, testimoniano la voglia “i fare i conti con la propria tradizione anche attraverso il pensiero di avversari e nemici”.

La biblioteca Sartorio, ricca di 8700 volumi, lasciata dalla baronessa Anna Sartorio Segrè al Comune di Trieste, è una splendida raccolta di volumi che documentano in particolare gli interessi e le curiosità di un componente della famiglia, Giovanni Guglielmo Sartorio, una figura che, assieme ad altri triestini nell'Ottocento, ha partecipato all'ascesa della città nel mondo degli affari e ha dato vita ad iniziative pubbliche particolarmente meritevoli. Giovanni Guglielmo Sartorio è uno degli uomini nuovi che riceve titoli di nobiltà per i suoi meriti nell'ambito degli affari, come Pasquale Revoltella, i Morpurgo, ma che rivela, attraverso la sua raccolta libraria, tutti i suoi interessi e le sue curiosità di uomo che avrebbe voluto poter dedicare più tempo agli studi.
Le opere presenti sono state ricercate con cura sul mercato, la loro rarità non è dovuta alle legature o alle edizioni di pregio, quanto ai percorsi intellettuali che le unisce idealmente.

La biblioteca privata di Salvatore Sabbadini, professore di greco e latino al ginnasio comunale Dante Alighieri dal 1895 al 1938, collega di Piero Sticotti, conservatore e poi direttore del museo, ha una storia travagliata di smembramenti e di recuperi: si è salvata, possiamo dire così, perché è stata occultata, nascosta nella biblioteca del museo, riuscendo a sottrarsi alla distruzione che le sarebbe stata riservata in quanto biblioteca di un ebreo praticante, negli anni dell'occupazione nazista. Grazie all'amicizia di Sticotti e poi di Silvio Rutteri nei confronti di Sabbadini e all'istituzione pubblica, che ha favorito l'operazione di conservazione, una pregevolissima raccolta di testi religiosi in ebraico, unita alle altre opere di studio del professore Sabbadini, valorizza la biblioteca dei Civici musei.
Il catalogo e la descrizione della biblioteca e dell'archivio di Sabbadini sono consultabili nel volume di Michela Andreatta e Claudia Morgan, La biblioteca e l'archivio del Fondo Salvatore Sabbadini dei Civici musei di storia ed arte di Trieste (Trieste : Civici musei di storia ed arte, 2003).

Negli anni dal 1945 al 1954 si accolgono numerosi doni, il più cospicuo di Mario Nordio del 2 maggio 1944 elenca 217 pubblicazioni

[Elenco cronologico:
Antonio Casa: 1 settembre 1947- Ricordi della guerra 1915-1918, libri e opuscoli, periodici, carte geografiche, documenti d’archivio
Nicolò Rota: 13 settembre 1947 – Documenti ed incartamenti del Comando difesa popolare – 2. settore. Documenti dell’unione nazionale protezione antiaerea
Elisa ved. Boccardi: 23 maggio 1949 – Documenti e pubblicazioni appartenenti alla famiglia e in particolare ad Alberto Boccardi
Mercede Fleischer: 24 giugno 1949 – Ricordi di Alberto Boccardi, libri e documenti
Fabio Venezian: 6 ottobre 1949 – Ricordi dell’avv. Felice Venezian, documenti, pubblicazioni, fotografie
Giuseppe Spongia e Alessandrina Spongia Mahrer Capponi: 29 ottobre 1949 – Ricordi del dott. Francesco Vidulich
Fiorello Farolfi: 17 febbraio 1950 – Stampati di propaganda per le elezioni comunali di Trieste del 12 giugno 1949
Bice Braidotti per volontà di Anna de Farolfi ved. Carlo de Marchesetti: 18 aprile 1951- Diplomi della famiglia de Marchesetti, nello specifico Carlo de Marchesetti
Maria Basiliadis: 28 settembre 1951 – Pubblicazioni e periodici
Carmelo Palermo: 13 novembre 1952 – Pubblicazioni e periodici, sulla prima guerra mondiale
Eda Caputi Sestan tramite Silvio Pesle: 4 luglio 1953 – Memorie della defunta poetessa Ada Sestan, poesie, lavori cinematografici, dattiloscritti, opere teatrali per musica, drammi, prose, opere edite
Lucia Sanzin: 10 febbraio 1954 – Documenti di Federico Seismit Doda
Margherita Nugent: 24 maggio 1954 – Ritratti fotografici (dagherrotipo)].

Nel 1948 si registra la presenza di personale che si occupa della biblioteca a tempo pieno, che segue gli indirizzi dei direttori e che cerca di darle una struttura organizzata.

Nel 1968 Gabriella Foschiatti Coen, dopo vent'anni di lavoro, descrive quanto è stato fatto e inconsapevolemente confessa un aspetto del passato che ci dà uno squarcio divertente “è interessante raffrontare con i tempi attuali un altro importante aspetto delle via della nostra biblioteca: l'afflusso dei lettori” [Gabriella Foschiatti Coen, La biblioteca dei Civici Musei di Storia ed arte. Trieste : Civici musei di storia ed arte, 1968, p.13 ]. Spetta alla Foschiatti Coen l'ardua impresa di condurre la biblioteca per quarant'anni sino al 1988, con una grande maestria, se si valutano i pochi strumenti di lavoro che le vengono concessi. Quando lascia il suo ufficio, la biblioteca consta di circa 25.000 documenti inventariati, ma senza una collocazione, molti doni ancora intatti da inventariare e collocare, magazzini in disordine, cataloghi per autori e per materia quanto mai approssimativi, ben lontani dalle Regole di catalogazione per autori, dagli standard descrittivi, da classificazioni universalmente conosciute.