storia > gli inizi: 1873-1924 - la nuova sede: 1925-1988 -  il cambiamento: dal 1989


Le prime notizie sulla formazione della biblioteca annessa al museo compaiono nell'Informazione sul Museo civico di antichità di Trieste nel 1879, autore Carlo Kunz: la pubblicazione raccoglie e segnala ad un pubblico più vasto le relazioni annuali che il direttore deve rendere alla Municipalità sulla sua gestione, tracciandone le tappe fondamentali [Carlo Kunz, Il museo civico di antichità di Trieste : informazione, con note illustrative del Lapidario triestino del d.re Carlo Gregorutti. Trieste : Tip. e calc. G. Balestra & C., 1879. 102 p., 4 c. di tav. : ill. ; 26 cm.].

A Trieste un museo in nuce si costituisce il 10 giugno 1843, inaugurato da Pietro Kandler, “nel giorno dell'anniversario della morte di Winckelmann” scrive Carlo Kunz, (di fatto l'anniversario cade l'8 giugno) e prende il nome di Museo lapidario. Nonostante le sollecite richieste del direttore Pietro Kandler che cerca di superare numerose difficoltà, prima fra tutte lo scarso interesse dimostrato dal comune, il Consiglio municipale delibera l'istituzione del Civico museo d'antichità, con un proprio statuto, degli impiegati e una dotazione annuali, solo il 9 luglio del 1873, esattamente trent'anni più tardi.
La sede si presenta duplice: l'Orto lapidario è all'aperto sul colle di San Giusto con la gliptoteca ornata delle opere di scultura e dei marmi raccolte dagli Arcadi sonziaci, fondatori anche della Biblioteca civica, mentre le collezioni paletnologiche, la collezione numismatica e le “altre meraviglie”, il cosiddetto Gabinetto, trovano una collocazione nella parte posteriore dell'edificio scolastico di piazza Lipsia, oggi piazza Attilio Hortis, costrette a condividere gli spazi con l'Accademia di commercio e nautica, la Biblioteca civica e il Museo di storia naturale. Nei Resoconti Kunz segnala puntualmente l'incremento annuale della biblioteca del museo: primo nucleo fondante, la raccolta di Vincenzo Zandonati, acquisita nel 1870 che consta di 221 volumi, tra cui 6 cinquecentine e 30 manoscritti, e nel decennio 1874-1883, corrispondente alla sua reggenza, annota ben 1669 volumi. Le piu' cospicue biblioteche private incrementano quella del museo sotto la gestione del direttore Alberto Puschi (1884-1919); nel 1884 lo stesso Carlo Kunz da' “l'intera sua libreria” (570 volumi), nel 1885 da Giuseppe Lorenzo Gatteri, il pittore-collezionista come lo definisce 0reste Basilio, il museo riceve il lascito di 165 volumi unitamente a quadri, mobili, stampe e nel 1895 gli eredi di Pietro Pervanoglù, membri del curatorio per vent'anni, donano 1639 volumi di soggetto archeologico e storico.
Tutte queste raccolte comprendono edizioni del Cinquecento e del Seicento che formeranno il futuro Fondo antico, delle quali comunque non si sottolineano l'importanza e il valore bibliografico. Negli Atti del museo civico d'antichità in Trieste del 1903, Alberto Puschi afferma “come tutti i musei di qualche importanza, anche il nostro, dispone di una biblioteca di consultazione, che al presente annovera 6260 volumi, ed al cui incremento si provvide coll'annua dote” [Museo civico d'antichita' in “Atti del museo civico d'antichita' in Trieste”. N. 3(1903), p. 36].

Nel 1909 il nuovo statuto ridenomina l'istituto “Museo civico di storia ed arte” e lo ordina in sei sezioni regolate da proprie norme: alla sesta sezione, relaziona Alberto Puschi nel 1911, “appartengono l'archivio di facsimili e fotografie e la biblioteca di consultazione: quello formato di calchi di epigrafi, d'impronte di gemme, monete, medaglie e sigilli; di copie e modelli di oggetti, di fotografie di antichità, edifici ed opere d'arte, e di ogni altro genere di riproduzioni raccolte per giovare allo studio ed alla classificazione...; questa composta, oltre che dalle pubblicazioni di storia patria, di dizionari, di antichità, numismatica, ecc. di cataloghi di musei e collezioni specialmente d'opere di archeologia ed arte ed in generale di tutti quei libri che le altre biblioteche non hanno interesse di possedere, ma che sono invece di massima importanza per questo istituto ed indispensabili per i lavori ai quali esso deve attendere” [Alberto Puschi, Il programma e la funzione del Museo civico di storia ed arte di Trieste (gia' museo civico d'antichita') in “ Atti del museo civico d istoria ed arte (gia' museo civico d'antichita'). N. 4 (1911), p. 21-22].

Lo statuto non si occupa in altro modo della biblioteca se non per il prestito di libri che non “è ammesso” se non in “alcuni casi eccezionali” (art.17)
[Statuto organico del Museo civico di storia ed arte (gia' museo civico d'antichita'). Trieste : Stabilimento artistico tipografico G. Caprin, 1909, p. 10
Art. 2
Il museo, nel suo ordinamento interno, si divide in sezioni regolate da proprie norme e suddivise in gruppi conforme al genere, all’epoca e alla provenienza della suppellettile che lo compone.
Delle quali sezioni:
la prima comprende le collezioni archeologiche;
la seconda le raccolte patrie;
la terza la pittura, la scultura e le diverse serie di oggetti dell’arte decorativa ed industriale del medio evo e dei secoli piu’ vicini;
la quarta le raccolte etnografiche;
la quinta il gabinetto di numismatica, araldica e sfragistica;
la sesta l’archivio di facsimili e fotografie e la biblioteca di consultazione.].

Appare chiara l'importanza data alla fotografia, giudicata strumento fondamentale nell'attività del museo che nel 1907 riceve il corredo di fotografie e disegni originali fatti eseguire, sin dall’anno 1890, da Giuseppe Caprin per le sue pubblicazioni delle Marine istriane, Lagune di Grado e Pianure friulane. Nel 1906 si erano già comperate “118 fotografie di soggetto patrio e 45 speciali dei monumenti di Torcello, e se ne ebbero in dono altre 48 riferentesi tutte alla nostra città”, la quantità assomma allora a 1250 pezzi, “ordinate in due classi distinte, di cui l’una abbraccia l’intera Regione Giulia e comprende vedute, monumenti, edifici, opere d’arte e persone; l’altra consiste specialmente di riproduzioni di capolavori dell’arte classica, di monumenti d’antichità, dell’epoca paleocristiana, della bizantina e della medioevale ... E’ nostra intenzione di aumentarla anche negli anni successivi, così da formare a poco a poco un vero archivio fotografico, che oltre a servire agli scopi particolari del museo, gioverà agli studiosi della storia e dell’arte ed offrirà un prezioso materiale, quando, mutate le tristissime condizioni del presente, potremo tenere nella sede del museo conferenze e lezioni a beneficio della cultura popolare”[Relazione del Civico museo di antichita' per l'anno 1900-[1911] in “Verbali del Consiglio della citta' di Trieste”. A. 41 (1901)- a.52 (1912)]

All'ordinamento statutario che ribadisce l'importanza delle collezioni museali, non corrisponde di fatto un'adeguata sistemazione dell'istituto che rimane chiuso al pubblico dei visitatori per dieci anni, dal 1909 al 1919 [Piero Sticotti, Cronaca: 7 dicembre 1919]. Le accurate relazioni del direttore Alberto Puschi inviate all'Inclita Presidenza Municipale e pubblicate nei Verbali del Consiglio della città di Trieste dal 1900 al 1911, rendicontano le spese specificate per punti (Collezioni, biblioteca, scavi, pubblicazioni, spese correnti, etc.), segnalano le attività e soprattutto gli incrementi del patrimonio, dagli oggetti di scavo agli oggetti d'arte, alle pubblicazioni, alle stampe e alle fotografie. Dal 1900 al 1911 per la biblioteca si spendono da un minimo del 14 % a un massimo del 19% della rendita annua. Negli annali manoscritti il direttore scrive che si procede a “una fase di registrazione degli incrementi suddivisa per doni e acquisti”, mentre solo nel 1921 Piero Sticotti, successore di Puschi nella direzione, “da' avvio al nuovo e definitivo inventario dei libri con schede di autore e di materia “ [Gabriella Coen Foschiatti, La biblioteca dei Civici musei di storia ed arte. Trieste : Civici musei di storia ed arte, 1968, p. 9]. In realtà il registro d'entrata non riporta la data delle acquisizioni, data che è possibile recuperare se non con un confronto dal registro dei doni e degli acquisti o direttamente dalle note d'acquisizione delle schede di catalogo.