D'Annunzio e Trieste
nel centenario del primo volo aereo


12 Aprile - 19 Ottobre 2003
Trieste, Palazzo Gopcevic
Musei del Canal Grande

Tutti i giorni
dalle 9.00 alle 19.00


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GABRIELE D’ANNUNZIO

In un’epoca propensa a inventare miti, Gabriele d’Annunzio è certo il primo scrittore a inventare il proprio. Invece di attendere la sentenza dei posteri, riesce subito a farsi consacrare da un pubblico che ormai viene designato con il termine di “massa”. E non solo si impone, fin da giovanissimo, sulla nostra scena letteraria, ma varca le Alpi prima dei trent’anni conquistando l’Europa.

E’ un estroso provinciale (nasce a Pescara nel 1863) che si è fatto dal nulla, capace com’è di volgere a proprio vantaggio ogni occasione. Dopo il liceo, che frequenta in un severo collegio di Prato, approda diciottenne a Roma dove preferisce le redazioni dei giornali alle aule universitarie. La sua firma comincia così a comparire, sempre più prestigiosa, nei quotidiani della Capitale, mentre dalla postazione privilegiata del giornale capta, prontissimo, tendenze e predilezioni dei lettori. Dopo poesie e novelle di successo è in grado di comporre un romanzo, il Piacere, che diventa il primo best seller dell’Italia unita. Siamo nel 1889 e d’Annunzio non ha che 26 anni, ma al suo attivo sono intense letture guidate da un istinto infallibile: i classici della tradizione ma anche tutto ciò che l’Europa letteraria produce. Di ingegno versatile, ha affinato inoltre le sue competenze in ambito figurativo e musicale, divenendo ben presto il sagace interlocutore di artisti che si affiancano a lui per aggiornare culturalmente l’arretrata Italia postunitaria.

Sul finire del secolo, d’Annunzio comincia a predicare l’avvento di un nuovo Rinascimento: la modernità ha il dovere di misurarsi vittoriosamente con il passato augusto di cui è l’erede. Cantore della nascente industrializzazione, paladino di un umanesimo nutrito di scienza, offre agli albori del Novecento capolavori di poesia lirica (le Laudi) e drammatica (la Figlia di Iorio), sperimentando poi ardite forme narrative nel registro linguisticamente alto che sarà la pietra di paragone degli artisti futuri.

Insieme con il grande stile della pagina, d’Annunzio diffonde anche quello, ugualmente alto, della propria vita. "Non sono un letterato in papalina e pantofole" dirà più volte, dandone prova come parlamentare libero dagli schieramenti obbligati e soprattutto come difensore di quelli che si sarebbero in seguito chiamati "beni culturali". Lo vedremo perciò alla testa di numerose battaglie per la salvaguardia del nostro patrimonio, strenuo difensore delle opere d’arte o degli scorci paesistici minacciati da chi vorrebbe far valere le basse ragioni del lucro.

Già combattivo in tempo di pace, d’Annunzio lo sarà tanto più durante la Grande guerra, ponendosi nel 1915 alla testa del movimento interventista e poi impugnando valorosamente le armi. Spetta pertanto all’eroe di tante imprese, mutilato dell’occhio destro, l’annuncio della vittoria italiana nel cielo di Vienna (9 agosto 1918), con un’azione deterrente che gli varrà la medaglia d’oro. Il reduce glorioso farà quindi udire in tutto il mondo la sua protesta contro gli accordi di pace che non risarciscono all’Italia il sangue versato: non si limita ad arringare la folla, ma con un colpo di mano occupa Fiume il 12 settembre 1919. Governerà la "città di vita" per quindici mesi, emanando leggi in un esperimento di reggenza, appoggiato all’esterno da Mussolini, che suscita l’interesse di Lenin e di Gramsci.

Non vedremo però d’Annunzio alla testa dei legionari che marciano su Roma il 28 ottobre 1922. Il Reggente di Fiume si è ritirato sulle rive remote del lago di Garda nella scontrosa solitudine che gli ha consentito di licenziare il Notturno, il libro di punta della nostra memorialistica di guerra. Lamenta che il fascismo l’ha "usurpato", costringendolo quasi ad assumere la paternità di un movimento che disapprova: "vedo ogni giorno sperperato e falsato" dirà "il mio mondo ideale". Contrappone al nuovo regime la sua personale eccellenza, e niente meglio della costruzione di un grande monumento alla sua arte e alle sue imprese – il Vittoriale – potrà compensarlo di quanto gli viene tolto suo malgrado. Anche il ritorno alla scrittura, nei termini, ora, di una ininterrotta laus mei, è l’espressione del risentimento nei confronti di eventi che lo escludono dopo averlo strumentalizzato.
Ancora intento ad allestire il Vittoriale, la cittadella che è la sua vera opera d’arte totale, senza mai aver messo piede a Roma, rifiutando ogni carica onorifica eccetto la nomina a principe di Montenevoso e la presidenza dell’Accademia d’Italia, d’Annunzio termina i suoi giorni a Gardone il 1° marzo del 1938. Ha donato all’Italia, con un solenne atto notarile, la sua dimora monumentale, sacrario della guerra vittoriosa, per durare oltre la morte nella memoria dei posteri