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Il sistema preventivo di don Bosco


IL SISTEMA PREVENTIVO DI DON BOSCO

UN MAESTRO PER L'EDUCAZIONE

Strenna del Rettor Maggiore don Egidio Viganò per l’anno 1995

INTRODUZIONE

Don Bosco fu essenzialmente un uomo di azione. Per molti anni i suoi collaboratori insistettero perché mettesse per iscritto le sue idee pedagogiche e solo nel 1877 (a 11 anni dalla sua morte), a malincuore, don Bosco scrisse sette paginette dal titolo "Il sistema Preventivo nella educazione della gioventù".
La sua azione si svolge nel cuore di quello che fu definito "il secolo pedagogico": certamente non si può collocare accanto ai grandi teorici della pedagogia (Comenio, Pestalozzi, Montessori, Rousseau, Froebel …), tuttavia meraviglia il fatto che la sua fama e i suoi metodi abbiano superato le tradizioni confessionali e nazionali, per essere accolti con simpatia e positivi apprezzamenti anche in ambienti non cristiani, in tutto il mondo.
Non è improbabile che fattori determinanti della vasta risonanza siano la modernità del sistema che accoglie tutto quanto di positivo offre la cultura e la civiltà di ogni contesto ambientale, l’umanità che rifiuta ciò che è rigido e legato a visioni riduttive e miopi …
Ma la grandezza sembra legata ad alcuni elementi caratteristici, che oggi troviamo diffusi in vari sistemi educativi, ma che ai tempi di don Bosco sapevano di vera innovazione.
Ne elenchiamo i principali:

1. Tutto il giovane

La pedagogia di don Bosco guarda al giovane nella sua interezza. Sono importanti i momenti di gioco e di svago (nelle case salesiane non può mancare lo sport, la "ricreazione" movimentata e chiassosa); viene favorito il protagonismo giovanile attraverso il teatro, la musica, l’animazione … "Amate le cose che amano i giovani" ripeteva ai suoi educatori.
Al giovane viene offerta la possibilità dello studio, dell’apprendimento di un mestiere con cui guadagnarsi la vita ed essere un "onesto cittadino" nel mondo.
E ancora, a don Bosco sta a cuore "la salvezza dell’anima" del giovane che incontra, per cui lo educa al senso cristiano dell’esistenza, gli offre la "religione" per una gioia più piena perché "vi aspetto tutti in Paradiso".
Sintetizzava il tutto con tre parole, le tre S: salute, scienza, santità, che noi possiamo riscrivere dicendo: gli interessi umani, culturali e spirituali, armonicamente composti nella persona del giovane.

2. Ottimismo

"Non ho mai conosciuto un giovane che non avesse in sé un punto accessibile al bene (= qualcosa di positivo), facendo leva sul quale ho ottenuto molto di più di quanto desideravo".
Don Bosco guardava al giovane con simpatia: "Basta che siate giovani perché io vi ami assai". Si crea così tra educatore ed educando un canale comunicativo che permette col tempo la trasmissione di valori.
Un ottimismo realista che tiene conto del positivo presente in ogni giovane, che lavora educativamente perché si crei una personalità armonica (capace di coniugare in se stessa i valori della vita e quelli della fede), ma che sa anche di avere a che fare i conti con elementi "inquinanti", provenienti dal cuore del soggetto e da cattivi influssi dell’educazione precedente e della società.
La "ragione" del suo Sistema è proprio questo dare fiducia alle forze di bene presenti nella persona e che l’educazione ha il compito di far crescere e maturare.

3. Fede nell’educazione

Don Bosco in tutto il suo lavoro tra i giovani fu sostenuto da un’idea sola: "L’educazione può cambiare la storia!". E per questo ha speso la sua vita.
Dell’educatore scrive: "E’ un individuo consacrato al bene dei suoi allievi, perciò deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine che è la civile, morale, scientifica educazione dei suoi allievi".
L’educazione è quel processo interpersonale, lungo nel tempo, che ha come finalità la formazione di "buoni cristiani e onesti cittadini".
Non si educa imprigionando la libertà, ma aiutando il giovane ad usarla bene e per questo occorre:

- competenza educativa;

- amore alla "vita profonda";

- sguardo positivo su se stessi e sugli altri;

- "passione" per i giovani.

4. Vera prevenzione

Oggi questa parola è entrata nella mentalità e nella prassi comune. "Meglio prevenire che curare" dice un noto slogan. E così si sottolinea l’aspetto negativo, certamente presente nella prevenzione.
In termini educativi significa: evitare al giovane quelle esperienze negative che potrebbero compromettere seriamente la sua crescita, offrire gli strumenti per affrontare in forma autonoma la vita con tutte le sue difficoltà e contraddizioni, creare un ambiente in cui i valori che si intendono trasmettere sono vissuti e comunicati con l’esempio.
C’è però un secondo senso legato alla parola "prevenzione": non occorre solo prevenire il male (evitando in tal modo effetti devastanti nell’educando), ma anche il bene, facendolo emergere attraverso un percorso a tre livelli:

a. riconoscere in se stessi e nel giovane un’energia sufficiente capace di condurlo all’autonomia (ottimismo);

b. risvegliare la voglia di camminare, di costruirsi, dandone per primi l’esempio;

c. aiutare il giovane a prendere coscienza delle sue qualità positive e offrire al tempo stesso delle concrete possibilità per cui queste possano esplodere in tutta la loro potenzialità.

5. La centralità dell’amore nell’educazione

"Si educa solo nella misura in cui si ama" dicono oggi molti pedagogisti. Don Bosco aveva affermato: "L’educazione è cosa di cuore". E ancora: "La pratica di questo sistema è tutta poggiata sulle parole di san Paolo che dice: La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene tutto".
E don Bosco è convinto che solo Dio ci può insegnare l’arte di amare come Lui e di educare. Di qui l’importanza della religione nel suo sistema educativo. Educare è volere il vero bene del giovane e il primo passo è farselo amico, "guadagnare il suo cuore".
In una lettera famosa di don Bosco, scritta ai Salesiani da Roma nel 1884, si legge: "Chi sa di essere amato, ama; e chi è amato ottiene tutto, specialmente dai giovani". "Non basta amare i giovani: occorre che loro si accorgano di essere amati".
Tanti anni prima aveva ricevuto, in un sogno, un consiglio prezioso: "Non con le percosse, ma con la mansuetudine e la carità dovrai guadagnare il cuore dei giovani!". E’ un amore che sa di consacrazione: l’educatore è "tutto consacrato al bene dei suoi alunni", quindi capace di dare loro tutto, anche la vita.

Conclusione

L’attualità di questo stile pedagogico che fa riferimento a don Bosco è sotto gli occhi di tutti, anzi sembra essere più urgente oggi di quanto lo fosse un secolo fa.
L’educazione è opera faticosa, dai tempi lunghi, con successi e fallimenti alterni; non ha ricette preconfezionate, perché deve fare i conti con l’irreperibilità di ogni persona. Si fonda sulla convinzione che il bene presente in ogni soggetto è un valore tale per cui vale la spesa "dare la vita". 

Immagine di repertorio: gruppo animatori 1998

IL SISTEMA PREVENTIVO NELLA EDUCAZIONE DELLA GIOVENTU’

Più volte fui richiesto di esprimere verbalmente o per iscritto alcuni pensieri attorno al così detto Sistema Preventivo, che si suole usare nelle nostre case. Per mancanza di tempo non ho potuto finora appagare questo desiderio, e presentemente volendo stampar il regolamento che finora si è quasi sempre usato tradizionalmente, credo opportuno darne qui un cenno che però sarà come l’indice di un’operetta che vo preparando, se Dio mi darà tanto di vita da poterla terminare, e ciò unicamente per giovare alla difficile arte della giovanile educazione. Dirò adunque: in che cosa consiste il Sistema Preventivo, e perché debbasi preferire; sua pratica applicazione, e suoi vantaggi.

1. In che cosa consiste il Sistema Preventivo e perché debbasi preferire

Due sono i sistemi in ogni tempo usati nella educazione della gioventù: Preventivo e Repressivo. Il sistema Repressivo consiste nel far conoscere la legge ai sudditi, poscia sorvegliare per conoscerne i trasgressori ed infliggere, ove sia d’uopo, il meritato castigo. In questo sistema le parole e l’aspetto del Superiore debbono sempre essere severe, e piuttosto minaccevoli, ed egli stesso deve evitare ogni familiarità coi dipendenti.
Il direttore per accrescere valore alla sua autorità dovrà trovarsi di rado tra i suoi soggetti e per lo più solo quando si tratta di punire o di minacciare.
Questo sistema è facile, meno faticoso e giova specialmente nella milizia e in generale tra le persone adulte ed assennate che devono da se stesse essere in grado di sapere e ricordare ciò che è conforma alle leggi e alle altre prescrizioni.
Diverso, e direi, opposto è il Sistema Preventivo. Esso consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un Istituto e poi sorvegliare in guisa, che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l’occhio vigile del direttore o degli assistenti, che come padri amorosi parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli ed amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze.
Questo sistema si appoggia tutto sopra la ragione, la religione, e sopra l’amorevolezza; perciò esclude ogni castigo violento e cerca di tener lontano gli stessi leggeri castighi. Sembra che questo sia preferibile per le seguenti ragioni:

1. L’allievo preventivamente avvisato non resta avvilito per le mancanze commesse, come avviene quando esse vengono deferite al Superiore. Né mai si adira per la correzione fatta o pel castigo minacciato oppure inflitto, perché in esso vi è sempre un avviso amichevole e preventivo che lo ragiona, e per lo più riesce a guadagnare il cuore, cosicché l’allievo conosce la necessità del castigo e quasi lo desidera.

2. La ragione più essenziale è la mobilità giovanile, che in un momento dimentica le regole disciplinari, i castighi che quelle minacciano. Perciò spesso un fanciullo si rende colpevole e meritevole di una pena, cui non ha badato, che niente affatto ricordava nell’atto del fallo commesso e che avrebbe per certo evitato se una voce amica l’avesse ammonito.

3. Il Sistema Repressivo può impedire un disordine, ma difficilmente farà migliori i delinquenti; e si è osservato che i giovanetti non dimenticano i castighi subiti, e per lo più conservano amarezza con desiderio di scuotere il giogo e anche di farne vendetta. Sembra talora che non ci badino, ma chi tiene dietro ai loro andamenti conosce che sono terribili le reminiscenze della gioventù; e che dimenticano facilmente le punizioni dei genitori, ma assai difficilmente quelle degli educatori. Vi sono fatti di alcuni che in vecchiaia vendicarono brutalmente certi castighi toccati giustamente in tempo di loro educazione. Al contrario il Sistema Preventivo rende amico l’allievo, che nell’assistente ravvisa un benefattore che lo avvisa, vuol farlo buono, liberarlo dai dispiaceri, dai castighi, dal disonore.

4. Il Sistema Preventivo rende avvisato l’allievo in modo che l’educatore potrà tuttora parlare col linguaggio del cuore sia in tempo della educazione, sia dopo di essa. L’educatore, guadagnato il cuore del suo protetto, potrà esercitare sopra di lui un grande impero, avvisarlo, consigliarlo ed anche correggerlo allora eziandio che si troverà negli impieghi, negli uffici civili e nel commercio. Per queste e molte altre ragioni, pare che il Sistema Preventivo debba prevalere al Repressivo.

2. Applicazione del Sistema Preventivo

La pratica di questo sistema è tutta appoggiata sopra le parole di san Paolo che dice: "Charitas benigna est, patiens est; omnia suffert, omnia sperat, omnia sustinet: La carità è benigna e paziente; soffre tutto, ma spera tutto e sostiene qualunque disturbo". Perciò soltanto il cristiano può con successo applicare il Sistema Preventivo. Ragione e religione sono gli strumenti di cui deve costantemente far uso l’educatore, insegnarli, egli stesso praticarli se vuol essere ubbidito ed ottenere il suo fine.

1. Il direttore pertanto deve essere tutto consacrato a’ suoi educandi, né mai assumersi impegni che lo allontanino dal suo ufficio, anzi trovarsi sempre coi suoi allievi tutte le volte che non sono obbligatamente legati da qualche occupazione, eccetto che siano da altri debitamente assistiti.

2. I maestri, i capi d’arte, gli assistenti devono essere di moralità conosciuta. Studino di evitare come la peste ogni sorta di affezioni od amicizie particolari cogli allievi, e si ricordino che il traviamento di un solo può compromettere un istituto educativo. Si faccia in modo che gli allievi non siano mai soli. Per quanto è possibile gli assistenti li precedano nel sito dove devonsi raccogliere; si trattengano con loro fino a che siano da altri assistiti; non li lascino mai disoccupati.

3. Si dia ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento. La ginnastica, la musica, la declamazione, il teatrino, le passeggiate sono mezzi efficacissimi per ottenere la disciplina, giovare alla moralità ed alla sanità. Si badi soltanto che la materia del trattenimento, le persone che intervengono, i discorsi che hanno luogo non siano biasimevoli. "Fate tutto quello che volete – diceva il grande amico della gioventù san Filippo Neri, - a me basta che non facciate peccati".

4. La frequente confessione, la frequente comunione, la messa quotidiana sono le colonne che devono reggere un edificio educativo, da cui si vuole tenere lontana la minaccia e la sferza. Non mai obbligare i giovanetti alla frequenza dei santi Sacramenti, ma soltanto incoraggiarli e porgere loro comodità di approfittarne. Nei casi poi di esercizi spirituali, tridui, novene, predicazioni, catechismi si faccia rilevare la bellezza, la grandezza, la santità di quella Religione che propone dei mezzi così facili, così utili alla civile società, alla tranquillità del cuore, alla salvezza dell’anima, come appunto sono i santi Sacramenti. In questa guisa i fanciulli restano spontaneamente invogliati a queste pratiche di pietà, vi si accosteranno volentieri con piacere e con frutto.

5. Si usi la massima sorveglianza per impedire che nell’Istituto siano introdotti compagni, libri o persone che facciano cattivi discorsi. La scelta d’un buon portinaio è un tesoro per una casa di educazione.

6. Ogni sera dopo le ordinarie preghiere, e prima che gli allievi vadano a riposo, il direttore, o chi per esso, indirizzi alcune affettuose parole in pubblico dando qualche avviso, o consiglio intorno a cose da farsi o da evitarsi; e studi di ricavare le massime da fatti avvenuti in giornata nell’Istituto o fuori; ma il suo sermone non oltrepassi mai i due o tre minuti. Questa è la chiave della moralità, del buon andamento e del buon successo dell’educazione.

7. Si tenga lontano come la peste l’opinione di taluno che vorrebbe differire la prima comunione ad un’età troppo inoltrata, quando è per lo più il demonio ha preso possesso del cuore di un giovanetto a danno incalcolabile della sua innocenza. Secondo la disciplina della Chiesa primitiva si solevano dare ai bambini le ostie consacrate che sopravanzavano nella comunione pasquale. Questo serve a farci conoscere quanto la Chiesa ami che i fanciulli siano ammessi per tempo alla santa comunione. Quando un giovanetto sa distinguere tra pane e pane, e palesa sufficiente istruzione, non si badi più all’età e venga il Sovrano Celeste a regnare in quell’anima benedetta.

8. I catechismi raccomandano la frequente comunione, san Filippo Neri la consigliava ogni otto giorni ed anche più spesso. Il Concilio Tridentino dice chiaro che desidera sommamente che ogni fedele cristiano quando va ad ascoltare la santa Messe faccia eziandio la comunione. Ma questa comunione non sia solo spirituale, ma bensì sacramentale, affinché si ricavi maggior frutto da questo augusto e divino Sacrificio.

3. Utilità del Sistema Preventivo

Taluno dirà che questo sistema è difficile in pratica. Osservo che da parte degli allievi riesce assai più facile, più soddisfacente, più vantaggioso. Da parte poi degli educatori racchiude alcune difficoltà che però restano diminuite, se l’educatore si mette con zelo all’opera sua. L’educatore è un individuo consacrato al bene dei suoi allievi, perciò deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che è la civile, morale, scientifica educazione dei suoi allievi.
Oltre ai vantaggi sopra esposti si aggiunge ancora qui che:

1. L’allievo sarà sempre pieno di rispetto verso l’educatore e ricorderà ognor con piacere la direzione avuta, considerando tuttora quali padri e fratelli i suoi maestri e gli altri superiori. Dove vanno questi allievi per lo più sono la consolazione della famiglia, utili cittadini e buoni cristiani.

2. Qualunque sia il carattere, l’indole, lo stato morale di un allievo all’epoca della sua accettazione, i parenti possono vivere sicuri che il loro figlio non potrà peggiorare, e si piò dare per certo che si otterrà sempre qualche miglioramento. Anzi certi fanciulli che per molto tempo furono il flagello dei parenti e perfino rifiutati dalle case correzionali, coltivati secondo questi principi, cangiarono indole, carattere, si diedero ad una vita costumata, e presentemente occupano onorati uffici nella società, divenuti così il sostegno della famiglia e il decoro del paese in cui dimorano.

3. Gli allievi che per avventura entrassero in un Istituto con tristi abitudini non possono danneggiare i loro compagni. Né i giovanetti buoni potranno ricevere nocumento da costoro, perché non vi sarebbe né tempo, né luogo, né opportunità, perché l’assistente che supponiamo presente, vi porrebbe tosto rimedio.

Una parola sui castighi

Che regola tenere nell’infliggere castighi? Dove è possibile, non si faccia mai uso di castighi; dove la necessità chiede la repressione, si ritenga quanto segue:

1. L’educatore tra gli allievi cerchi di farsi amare, se vuole farsi temere. In questo caso la sottrazione di benevolenza è un castigo che eccita l’emulazione, dà coraggio e non avvilisce mai.

2. Presso ai giovanetti è castigo quello che si fa servire per castigo. Si è osservato che uno sguardo non amorevole sopra taluni produce maggior effetto che non farebbe uno schiaffo. La lode quando una cosa è ben fatta, il biasimo, quando vi è trascuratezza, è già un premio o un castigo.

3. Eccettuati rarissimi casi, le correzioni, i castighi non si diano mai in pubblico, ma privatamente, lungi dai compagni, e si usi massima prudenza e pazienza per fare che l’allievo comprenda il suo torto con la ragione e con la religione.

4. Il percuotere in qualunque modo, il mettere in ginocchio con posizione dolorosa, il tirar le orecchie ed altri castighi simili debbonsi assolutamente evitare, perché sono proibiti dalle leggi civili, irritano grandemente i giovani ed avviliscono l’educatore.

5. Il direttore faccia ben conoscere le regole, i premi e i castighi stabiliti dalle leggi di disciplina, affinché l’allievo non si possa scusare dicendo: Non sapevo che ciò fosse condannato o proibito.

Se nelle nostre case si metterà in pratica questo sistema, io credo che potremo ottenere grandi vantaggi senza venire né alla sferza, né ad altri violenti castighi. Da circa quarant’anni tratto con la gioventù, e non mi ricordo d’aver usato castighi di sorta, e con l’aiuto di Dio ho sempre ottenuto non solo quanto era di dovere, ma eziandio quello che semplicemente desideravo, e ciò da quegli stessi fanciulli, pei quali sembrava perduta la speranza di buona riuscita.

PER VIVERE OGGI IL SISTEMA PREVENTIVO

Pensiamo alla famiglia in cui siamo inseriti, alla scuola che frequentiamo, alla parrocchia di cui facciamo parte … Come vivere in questa realtà uno stile educativo che abbia il Sistema Preventivo come punto di riferimento?
Tentiamo di riscrivere nell’oggi quanto un secolo fa don Bosco praticò e lasciò come preziosa eredità alla Famiglia Salesiana e alla Chiesa.
Parleremo di quattro dimensioni, quattro stili di presenza sotto le immagini di casa, scuola, parrocchia, cortile.
Ciascuna di queste dimensioni deve essere presente, perché l’educazione risulti efficace e armonica.
Vivere oggi lo stile educativo di don Bosco significa far in modo che la nostra famiglia, la nostra classe, il nostro gruppo ecclesiale, il nostro Oratorio sia o diventi casa.

1. Casa di accoglienza

Cioè:

1. Luogo in cui ciascuno è considerato come persona, come un valore. Questo atteggiamento si fonda sulla convinzione (che viene dalla fede) che in ogni giovane Dio è presente, che la sua storia, il suo vissuto è "terra di Dio". Per accogliere occorre essere presenti, di una presenza significativa ed educatrice, che crea un "clima", fatto di rispetto delle cose e delle persone, di cordialità di rapporti, di progressivo coinvolgimento. Se non c’è un ambiente educativo, l’accoglienza è solo a parole!

2. Luogo di amicizia e l’amicizia nasce là dove c’è possibilità di dialogare, di essere ascoltati e compresi. "I giovani desiderano che gli educatori stiano accanto a loro, accettandoli così come sono e amandoli sul serio". Occorre essere per i giovani: mano tesa, che con semplicità sa andare incontro e farsi vicina a chi più ne ha bisogno; e mano adulta, che sa intervenire per indicare un cammino (guida), per incoraggiare e, là dove occorra, per correggere.

3. Luogo dove si "cresce" perché ci sono proposte: non c’è educazione là dove mancano proposta di vario tipo (teatro, musica, sport, catechesi, servizio, volontariato …), che aiutino i giovani a portare a maturazione le capacità che si portano dentro. L’assenza di proposte è la morte delle spirito di don Bosco. Là dove non c’è vita, voglia di fare, è perché non ci sono uomini e donne propositivi.

4. Luogo di gioia: la gioia era per don Bosco l’undicesimo comandamento. Una gioia che nasce dal rapporto di fiducia e di collaborazione tra i giovani e i loro educatori e si fonda sulla presenza del Signore nella vita di tutti i giorni e sulla materna assistenza di Maria. Il "sapersi amati" porta alla "comunione dei cuori".

2. Parrocchia che evangelizza

Cioè un ambiente:

a. che si qualifica per i valori cristiani che vive (testimonianza) e che propone (annuncio) a tutti i giovani, prima che per le cose che fa;

b. che propone cammini di educazione e di catechesi adeguati, ben differenziati, con una certa continuità;

c. che aiuta i giovani a scoprire la propria vocazione in una serena e sincera ricerca del progetto di Dio, ricerca permeata di ascolto della Parola di Dio e di preghiera;

d. che lavora per creare una vera Comunità, riunita attorno all’unico Signore che perdona (Riconciliazione), che si offre (Eucaristia), che chiama al suo servizio e alla testimonianza in tutti gli ambenti;

e. che con coraggio va in cerca dei lontani e sa correre dei rischi e porre segni eloquenti;

f. che presenta un "Dio simpatico", vicino ad ogni persona, interessato alla vita di ognuno, innamorato del vostro essere giovani; il Dio della vita quotidiana da scoprire nel fragore della vita di tutti i giorni, tra le pieghe dei fatti che succedono.

3. Cortile dove vivere l’amicizia e l’allegria

a. Non si può pensare a don Bosco senza abbinarlo all’immagine di un cortile, dove i giovani hanno "ampia libertà di saltare, correre, schiamazzare a piacimento". Sport, musica, teatro "sono mezzi efficacissimi per ottenere la disciplina, giovare alla moralità e alla sanità". Il pericolo è scindere queste realtà dal discorso educativo e formativo.

b. Nel cortile si vive lo "spirito di famiglia" distintivo dello spirito di don Bosco. "La familiarità porta affetto e l’affetto porta confidenza". "Il maestro visto solo in cattedra è maestro e non più, ma se va in ricreazione con i giovani, diventa come fratello … I cuori si aprono e fanno conoscere il loro bisogno e palesano i loro difetti".

c. Il cortile è il luogo primario di educazione: si conoscono i ragazzi, si stringono nuove amicizie …

d. Il cortile è aperto al territorio in cui si trova, proprio perché è punto di incontro di tanti giovani, è attento ai loro problemi (lavoro, studio, divertimento, devianza …). E’ un modo di vivere la missionarietà.

4. Scuola che avvia alla vita

Anzitutto scuola, cioè ambiente in cui:

- circolano valori condivisi e rispettati;

- c’è uno sforzo pedagogico per far interiorizzare questi valori;

- si crede al dialogo, al confronto, al maturare progressivo del senso critico dentro la cultura di oggi;

- non si ha paura di richiesta di maggior partecipazione nella corresponsabilità.

Che avvia alla vita, una scuola cioè che:

- aiuta il giovane a trovare una strutturazione armonica della sua personalità, rendendolo cosciente delle sue capacità;

- offre la possibilità di elaborare un progetto personale nel quale prendono forma i valori acquisiti e in base ai quali si sanno fare scelte di vita;

- è attenta al mondo del lavoro e, sull’esempio di don Bosco, sa coraggiosamente affrontare i problemi che in esso vi scorge;

- punta alla formazione globale della persona (buoni cristiani e onesti cittadini).

Tutto questo nella consapevolezza che non c’è scuola senza maestri, cioè non c’è servizio educativo senza testimonianza e presenza di modelli.

 


Oratorio Salesiano San Giovanni Bosco
Via Dell'Istria 53, 34137 Trieste
Tel./Fax: 040 638526 - 638491
E-mail: sgbosco@retecivica.trieste.it